PLANTULA: il progetto più verde che c’è

di Samantha Lamonaca 

L’uomo non può fare a meno della natura. La natura, però, sì. Ce lo insegna Francesco Vanotti, in arte Plantula. Un progetto di intrecci, storie, scoperte e desideri che sono emersi da una chiacchierata sotto il sole…

Cos’è Plantula?
Plantula è uno studio di progettazione del verde, ma forse è riduttivo e freddo etichettarla in questo modo. Ci occupiamo di piante, questo sì, ma dalle foglie alle radici. Decliniamo il mondo vegetale nei suoi molteplici linguaggi. Plantula è un contenitore di spunti e progetti che gravitano intorno al verde, sempre aperti a collaborazioni e a nuove e balzane idee.

Chi c’è dietro questo progetto?
Ci sono io, Francesco Vanotti, ho una formazione agronomica, ma ora ho difficoltà a definirmi così: ho seguito molti corsi che mi hanno fatto deviare dal campo puramente scientifico a qualcosa di più variegato. Mi interesso di un po’ di tutto e assimilo da ogni esperienza. Mi ritrovo ad essere in sintonia con le stagioni: in autunno si pota e si scrive, in inverno si studia e si progetta, in primavera si semina e si disegna, d’estate si accudisce e si formano nuove idee.

Come ti sei avvicinato al mondo della natura?
Tutto è iniziato nel giardino di mia madre, piccolo ma pieno di angoli e foglie, dove ci si poteva perdere a osservare. Poi i disegni su ceramica di mia nonna: così orientaleggianti e immaginifici. Poi i libri e gli studi, lo sfogliare erbari, le immagini di altri libri. Il passeggiare a zonzo nei boschi, gli orti botanici.

Bellissimo l’erbario presente sul sito, quanto ci hai messo a realizzarlo e che difficoltà hai trovato con lo studio delle piante?
Partiamo dall’idea che non si possono conoscere tutte le piante esistenti in natura, ma ogni anno pazientemente se ne possono imparare alcune, come in una collezione. L’importante è avere pazienza e conoscerle in tutte le loro fasi vegetative. Sono partito dallo studio degli alberi per poi scendere in altezza fino alle piante erbacee, ma ho ancora molto da conoscere. Quando si riesce consiglio di girovagare in un vivaio e fotografare o disegnare. Poco alla volta si possono iniziare a coltivarle e a collezionarle; le mie ultime scoperte sono le piante da interno. Oggi il riconoscimento è molto più semplice rispetto a una decina di anni fa: ci sono applicazioni molto utili (come il Progetto Dryades) e si possono eseguire ricerche su internet per immagini, ma la cosa migliore rimane sempre l’erbario cartaceo disegnato o fotografico.

Quando si parla di giardinaggio cosa ti viene in mente?
Mi vengono in mente due immagini agli antipodi. I giardini dell’infanzia di ognuno di noi, ingarbugliati e sovrastanti, disordinati e forse imperfetti. Luoghi dove perdersi, dove poter mettere mano, dove poter esplorare, sradicare e piantare, aggiungere e togliere. Insomma un luogo libero dove poter ritrovare un proprio stato naturale. L’altra immagine è quella del giardinaggio schematico e vuoto delle villette a schiera, con la siepe di fotinia, il prato all’inglese, l’olivo o l’acero giapponese. Un non-luogo dove non poter fare e dove non poter toccare, un verde plastico, asettico e abiotico. Mi piacerebbe che questo modello venisse eradicato, tramutato, seminato lungo i bordi, piantumato nel mezzo.

Quali sono le basi del vostro giardinaggio?
Innanzitutto penso che nella progettazione di uno spazio si debba tener conto di lasciare delle aree vuote, dove chi vive ogni giorno il giardino possa agire. Un secondo punto fermo nella scelta delle piante è quello di poter mescolare specie per ottenere uno spazio che non sia suddiviso in compartimenti stagni: orto, aromatiche, frutteto. Perché anche i finocchi o i carciofi hanno delle fioriture interessanti.

Prestate molta attenzione anche all’incolto, puoi spiegarci cosa ci trovi?
L’interesse verso l’incolto e le piante spontanee, nasce innanzitutto dall’accorgersi che le piante ci circondano e alle volte ci sovrastano. Camminando in città ci si rende subito conto che le foglie sono ovunque: spighe o viticci spuntano da ogni parte. Una bellezza gratuita, fatta di fioriture e frutti, che ci accompagna ad ogni passo. Accorgersi della presenza di questi ritagli avvia delle riflessioni sul consumo di suolo, sulla cura del territorio, sul riappropriarsi degli spazi. Coltivare una porzione di incolto e arricchire questi angoli di città di nuovi colori scatenerà delle azioni di ricolonizzazione e riattivazione.

Il “giardino inatteso” è un progetto nel progetto, puoi raccontarcelo?
All’inizio del 2015 è iniziato un progetto in collaborazione con Remida (Centro di Riciclaggio Creativo) di Reggio Emilia. Il tema era un’analisi dell’incolto come risorsa e non come scarto. Il percorso esplorativo è iniziato all’interno del complesso abbandonato delle Officicine Meccaniche Reggiane alla ricerca di forme di vita vegetali. Ci siamo accorti che sono numerosissime le specie presenti, di cui è stata stilata una lista. In seguito è stato avviato un viaggio che ci ha dapprima portati a degli incontri con i bambini sul tema delle piante pioniere, con la semina di alcune cassette ‘prêt-à-porter’; per poi approdare a un workshop e a delle passeggiate nell’incolto. Il giardino inatteso è la bellezza dietro l’angolo e la possibilità di crearne uno.

Cosa vuol dire per dei giovani scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Significa avere a cuore e amare il proprio lavoro ed essere in sintonia con i propri pensieri. Ma anche provare sempre qualche nuova strada, gettarsi da un’idea all’altra: da un progetto editoriale, a uno educativo, dal design all’incolto. Vuole dire conoscere cose nuove e nuove tematiche, intrecciare relazioni e farsi sempre contaminare. Penso che si debba essere gentili, condividere esperienze e contatti, lasciare un bel segno.

Cosa ti attrae della natura?
Mi attrae la sua capacità rigenerativa e l’assoluta non necessaria presenza dell’essere umano.

Qualcosa da dichiarare?
Creare luoghi dove perdersi tra le fronde.

Info: Plantula

Vi sbagliate, quelli come David Bowie non muoiono!

di K

Lunedì 11 gennaio mi sono svegliato con la voce di Luca Bottura che da Radio Capital annunciava la morte di David Bowie. Per fortuna il dormiveglia annacquava le sue parole, le rendeva irreali… e fra l’onirico e il reale sorridevo dicendogli “Ma Bottura che cazzo dici? Bowie è un vampiro e come tale è immortale” eppure lui insisteva nel dire che “il Duca Bianco non c’è più”. Solo quando nell’etere è partita Blue Jean ho davvero realizzato, perché è una di quelle canzoni che in radio passano solo se è morto chi l’ha cantata (a onor del vero Bottura, a <a href="http://www tamiflu for kids.capital.it/capital/radio/programmi/Lateral/2425479?refresh_ce” target=”_blank”>Lateral, mette sempre ottima musica). Improvvisamente mi sono scrollato da dosso il torpore del sonno, “cazzo, è morto Bowie!” allora, per assurdo, sarebbe stato un gran giorno, almeno per quel lunedì la mediocrità artistica che da tempo ci opprime con Modà, Emmimarroni vari, sarebbe stata spazzata via da un lunghissimo, infinito omaggio a un Gigante della Musica; quel lunedì tutti (!) avrebbero conosciuto la sua magnificenza artistica, tutti avrebbero parlato di David Bowie, ascoltato la sua musica in apnea nella sua arte, nella sua poesia. Dovevo fare presto, correre a vivere quella giornata in cui avremmo raccontando la sua leggenda, la sua musica: da Ziggy Stardust a Space Oddity e Starman, e poi i suoi film, e avremmo parlato di Andy Wharol, Lou Reed e Iggy Pop, Mick Jagger e “Angie”; aneddoti, frasi, testimonianze.
Oh che giornata!

L’11 Gennaio 2016, il nome e la storia di David Bowie hanno risuonato per ogni angolo del mondo, in continuazione, e tutti noi siamo diventati parte del mito senza fine; perché quelli come Bowie non muoiono. Il Duca Bianco è più vivo che mai!