Recycling Boards: dagli skate usati al design

di Samantha Lamonaca 

ph Alessandro Nicosia 

Credere nei nuovi talenti, per noi, vuol dire tutto. Per farlo servono passione, occhio lungo, mente aperta e appeal alla Pippo Baudo (questa non è così sottile ndr). Credere nei nuovi talenti è dare un’opportunità a chi fa cose e le fa bene. Le “nostre” scoperte finiscono spesso e volentieri al #popcorngaragemarket ed è la parte che ci piace di più. Ma ve l’avevamo già detto, vero?! Allora immaginate tre amici, d’infanzia, immaginate che la somma della loro età è uguale ad un uomo che spera di avvicinarsi alla pensione, ed immaginate tante idee messe assieme che arrivano inaspettatamente ad un risultato concreto. I soggetti in questione si chiamano: Marco, Alessio e Riccardo aka Recycling Boards. La loro idea è quella di ridurre al minimo gli sprechi e rimettere a nuovo skateboards usurati, allungandone la vita; quando invece questo non è possibile, trasformare le tavole in opere artistiche e oggetti di design. La materia prima è il legno, declinato in ogni sua forma, scomposto, lavorato e riproposto come massima espressione della creatività.

quando avete iniziato?

R: una vita fa, andavamo a scuola e non avevamo troppi soldi da spendere per comprare tavole nuove su cui skateare, poi nel 2013 abbiamo deciso di provarci davvero.

le tavole sono care?

A: le tavole costavano e costano troppo. Un ragazzino di 15 anni per mantenersene una, deve per forza contare sull’aiuto dei genitori. Le nostre famiglie, grandi sostenitrici, preferivano vederci sui libri che su una tavola di legno al parchetto.

avete unito presto l’utile al dilettevole…

M: sì, quando non si hanno i mezzi ma vuoi fare una cosa, ci si inventa di tutto. Abbiamo iniziato in casa, un po’ per gioco e un po’ per necessità, appunto. Usciti da scuola l’appuntamento era nelle nostre cucine, salotti o garage e con gli attrezzi presi in prestito da nonni e padri, provavamo a mettere mano su ciò che ci affascinava ed incuriosiva di più.

dalla cantina al laboratorio, il passo è stato breve?

A: no, tutt’altro! Ci sono voluti due anni, intensi, ed infinite ricerche. Poi, la fortuna: aver ereditato un laboratorio dove far diventare reali le nostre idee e dividerci, in modo equo, tutti i compiti.

chi fa cosa?

R: bisogna tenere a mente che il lavoro parte sempre dalle tavole distrutte. La gente che non se ne intende se ne dimentica. Le tavole sono incollate su sette strati e il legno, in questo stato, è molto difficile da lavorare, quindi comunque ci aiutiamo a vicenda. Sempre. Tutti fanno tutto. Ma se vogliamo darci una “definizione”, Marco è l’esperto dei bijoux, e della precisione; Alessio della praticità, poche storie e molto lavoro; io, invece, cerco di curare l’immagine e la comunicazione.

come vi fate conoscere?

M: indubbiamente i social ci danno una mano a 360 gradi. Poi ci piace partecipare ai mercatini dove abbiamo un riscontro immediato con il cliente. A volte presenziamo ad eventi di settore, ma giochiamo in casa.

un ricordo?

R: ne abbiamo tanti, nel 2015 abbiamo partecipato a Fa’ la cosa giusta, ci siamo letteralmente buttati e questo ci è servito per crescere, ma col senno di poi l’investimento è stato grande, difficile da recuperare per piccoli artigiani come noi.

progetti futuri?

A: nuove collaborazioni, ma non possiamo dirvi di più.

scaramantici?

M: no, ma ci teniamo a svelarci poco alla volta. La strada è ancora molto lunga.

cosa consigliate a chi vuole iniziare un progetto in autonomia?

A: di crederci sempre, sembrerà banale ma è così. Volere è potere!

qualcosa da dichiarare?

M: un aiuto reale dalle istituzioni, per tutti i giovani che si impegnano su progetti sostenibili. Vorremmo essere più agevolati socialmente.

 

Info: Recycling Boards

+2, TANTI AUGURI POPCORN GARAGE MARKET!!!

Oggi, 11 luglio 2016 il PopCorn Garage Market compie due anni!!
Due anni intensi, piene di sfide, cielo bianco e mal di pancia. Ma anche arcobaleni, cielo blu, esperienze e riconoscenze. Due anni in cui noi e voi, insieme, ci abbiamo messo la faccia. Sempre. Due anni che ci hanno regalato numerosi incontri ed infinite realtà.

Il nostro progetto è nato dal basso, senza troppe pretese. Scegliere di utilizzare luoghi di recupero urbano è stata la nostra chiave principale, che ha aperto porte a giornate diverse, in una Milano che, piano piano, vuole cambiare. Usare cuore e testa, per noi, vuol dire guardare oltre i numeri e credere nel voler creare e condividere con energia positiva. Paura e rabbia non ci competono. Questo progetto è il polmone di questo blogazine, è il respiro di chi cerca un contatto, è il cuore che mettiamo in gioco, è una nuova opportunità, è le “maniche rimboccate della camicia”, è poter collaborare con artisti emergenti e adesso anche più noti. Sono stati con noi e ci fa piacere ricordare: i Little Pony, i The Members, i Medulla, Roviemi, NoxNora Bee, Missin Red, VOID, e infine l’immensa Syria, che ha brindato alla nostra rinascita. Abbiamo portato il nostro colore nell’area dell’Ex-Macello, alla Cascina Sant’Ambrogio, nel parco del Circolo Magnolia (è stato un onore poter collaborare insieme! ndr), e oggi, ricominciamo nel cortile, da poco riqualificato, del Giardino delle Culture. Mentre ripercorriamo le esperienze, possiamo anticiparvi che la prossima data è fissata per il 24 settembre, ed insieme daremo vita ad una grande festa!

C’è posta per voi. Auguri #popcorngaragemarket

Info: info@popcornblogazine.com

Annakiki: un concentrato di colore si fa strada nel mondo della moda

di Samantha Lamonaca 

Arriva dalla Cina, ma del “Made in China” ha ben poco. Anna Yang, giovane designer con alle spalle una famiglia di sarti, mastica moda e arte fin da bambina. L’indipendenza bussa presto alla porta dei suoi desideri, fino alla realizzazione di un brand personale: Annakiki. La strada è lunga ma i buoni propositi prendo forma, per settembre 2016, sarà presente all’interno della settimana della moda, nel calendario ufficiale e porterà in Italia tante novità. Intanto ci abbiamo fatto quattro chiacchiere per farvela conoscere…

quando e come è nata Annakiki?
La moda e’ sempre stato un “affare di famiglia”. I miei genitori erano degli artigiani tessili e sono cresciuta osservandoli, imparando giorno dopo giorno le caratteristiche e la lavorazione dei tessuti. Ho realizzato la mia prima gonna ad otto anni, per me fu un grande traguardo e capii che quella era la mia strada! Crescendo ho maturato una mia personale visione della moda e dell’arte in generale, grazie alla quale ho deciso di creare il mio brand nel 2013: ANNAKIKI.

da dove prendi l’ispirazione? 
Ogni collezione proviene da spunti diversi, ma in generale traggo l’ispirazione da tutto ciò che mi circonda, soprattutto dalle persone che vedo e che incontro. Come diceva Bukowsky: “la gente e’ il piu’ grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto”. La nuova collezione che sto ultimando sara’ molto provocatoria… vedrete!

nelle tue collezioni c’è molto colore,  puoi darci tre aggettivi che descrivono al meglio quella invernale?
Ribelle, innovativa e semplicemente di classe!

la scelta di utilizzare solo materiali eco è stata studiata?
Assolutamente sì. Sono una profonda sostenitrice dei diritti animali ed ambientali, quindi ho realizzato le mie collezioni in coerenza con i miei principi morali.

a cosa ti sei ispirata per la fall 16/17?
Ai nomadi scandinavi e dagli antichi Incas peruviani, che da sempre hanno uno stile di vita a contatto con la natura e si distinguono per le fantastiche abilità artigianali, grazie alle quali producono I loro abiti con grande maestria e fantasia. Tutto è realizzato con tessuti come lana e filati, gli inserti e i ricami sono cuciti a mano.

quanto è difficile oggi, per i giovani, scommettere su una propria idea e metterla in pratica?
Più andiamo avanti, più credo sia difficile riuscire ad imporsi nella società con le proprie idee. La paura di essere giudicati o emarginati, spesso sopravvale rispetto alla volontà di esprimere se stessi con assoluta libertà. In pochi ci riescono… ma è una minoranza su cui bisogna contare, perché solo chi riesce a distinguersi riesce a sopravvivere in un mondo in cui siamo tutti omologati!

che difficoltà hai incontrato?
In questo settore c’e’ bisogno di una continua ricerca e sviluppo, e non è sempre facile stare al passo. La moda è un settore in continua evoluzione, e per “i nuovi arrivati” la strada è lunga e difficile. La continua scoperta di nuovi materiali è una delle questioni a cui dare maggiore peso, e chiaramente in Europa le cose viaggiano molto piu’ velocemente. La Cina è ancora molto limitata in questo senso.

un episodio piacevole che ricordi e vuoi raccontarci?
Uno degli episodi che più mi fanno sorridere, è legato alla mia prima esperienza qui in Italia, durante il mio primo presa-day. Ho avuto la possibilità di incontrare tanti stylist che hanno apprezzato il mio stile! Può sembrare sciocco, ma per me è stato emozionante approdare in Italia, e ricevere così tanti complimenti, temevo di essere etichettata con il classico “Made in China”, ma per fortuna non è successo.

da chi vorresti vedere indossate le tue creazioni?
Forse risulta un po’ scontato, ma credo che Cara Delevigne sarebbe una testimonial perfetta per il mio marchio. La sua essenza è l’esatto mix di raffinatezza e follia che esprimo attraverso le mie collezioni. Chissà; forse un giorno…

Annakiki è per donne che…
…sanno apprezzare la qualità del lavoro tradizionale, ma che vogliono diversificarsi dalla massa e dimostrare la propria indipendenza. ANNAKIKI è pensato per tutte le donne carismatiche e dalla forte determinazione che le porta a creare la moda, non a seguirla!

Info: Annakiki

Weekend in Liguria: dove andare per staccare davvero la spina!

di Samantha Lamonaca

ph. (con il cellulare) Alessandro Nicosia

si ringrazia per la piacevole partecipazione Ludovica Basso 

La Liguria è meta del primo sole, è appuntamento di ritrovo tra torinesi, milanesi, emiliani e molti altri ancora. Si divide tra bellezze antropiche e naturali, tra le quali spiccano: la Riviera dei Fiori, a ponente; e Portofino, le Cinque Terre, e Porto Venere, a levante. Per la nostra prima prova costume (superata, ci sta! ndr) siamo stati in quella piccola parte della Riviera dei Fiori dove il tempo sembra essersi fermato, per questo è tutto così bellissimo.

DORMIRE/ COLAZIONE/ COME MUOVERSI

Scegliere un’alloggio lontano dal volgare chiasso del più comune lungomare ci è sembrato cosa buona e giusta, ed è così che siamo finiti nel famosissimo ART B&B A Crêuza di Ludovica aka Clorophilla. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di un borgo antico, a pochi km dal mare, in un paesino di nome Verezzi, composto da quattro borgate e tante vecchie casine di pietra. Tra queste, l’occhio vuole la sua parte e cade sulla Stanza Azzurra, nella borgata Crêuza, situata all’interno di un’antica casa tipicamente ligure, dove un tempo veniva prodotto l’olio d’oliva e dove oggi, dopo accurati restauri, ha riacquistato il suo fascino. Qui potete dormire nella stanza delle sorprese, ogni creazione ed oggetto presenti sono in vendita. Le idee di Ludovica prendono vita, con il loro estro e spirito eclettico vi aprono la porta e vi accompagnano a dimenticarvi di tutto il resto. La stanza, con ingresso indipendente, è dotata di tutti i comfort e c’è pure un cortiletto privato immerso nel bosco. Da qui si vede il mare. Goderecce, meritano una nota, le colazioni offerte dalla padrona di casa, da consumare preferibilmente sul terrazzo comune. Ludovica prende gli ospiti per la gola, preparando muffin deliziosi, marmellate allo zenzero e frutta locale. Fa venire l’acquolina in bocca con la tipica focaccia ligure appena sfornata e ti fa divertire nella creazione del tè-personalizzato; offrendoti miscele dai sapori lontani tamiflu generic. Metteteci una vista mozzafiato; quattro chiacchiere per conoscersi meglio e Milano, ahimè, è già nel dimenticatoio. Il bello di questa sistemazione è avere la possibilità di trascorrere momenti tranquilli, in totale sintonia con la natura, alla scoperta di vecchie tradizioni ma allo stesso tempo con la possibilità di poter praticare diverse tipologie di sport come l’arrampicata; trekking; MBT. Al mare ci potete arrivare a piedi (20 minuti), ma solo se siete sportivi, perché la discesa è piacevole ma la salita un po’ meno. Per questo hanno inventato i motorini (10 minuti), il nostro consiglio è di affittarne uno. Come ben sapete il parcheggio e le spiagge della Liguria non vanno d’accordo, chi ha voglia di sprecare tempo e denaro alla ricerca di un posto macchina? L’ideale è quindi il noleggio per raggiungere le mete più vicine: Pietra Ligure, Borgio Verezzi, Varigotti, Noli. Il più economico che abbiamo trovato è Finale Rent, i ragazzi ve lo consegnano a domicilio, ovunque voi siate (prezzo medio al giorno 40/50 euro per  due persone, meno di una multa in divieto di sosta).

MANGIARE/ MERENDA/ APERITIVO/ SHOPPING 

5 minuti a piedi > Verezzi. Se volete spostarvi a piedi, dal b&b, avete una sola possibilità: scendere verso la piazza principale, che collega le quattro borgate. Qui, a vostro piacimento, trovate due bar; quattro ristoranti con terrazza per cene romantiche; un negozio di prodotti tipici e due di abbigliamento. L’accoglienza è strepitosa. Credo che la maggior parte delle località marittime dovrebbero prendere esempio. La cortesia e la disponibilità verso il turista sono così sentite che fai subito parte di questa grande famiglia. Se vi capitate una volta, volete tornarci.

10 minuti di macchina/motorino > Finalborgo. Merita una visita, è uno dei borghi Liguri più belli d’Italia. Arroccato tra mura medievali è un intreccio di negozietti tipici, gente allegra, tabacchi vintage, turisti sportivi, bar eclettici, ristoranti colorati e negozi di antiquariato. Interessante il mercatino delle cose vecchie e degli antichi mestieri, che si svolge ogni primo weekend del mese tra le vie del borgo. Sui banchi cianfrusaglie di ogni tipo, per sognatori e gente che si perde nei dettagli. Il gelato si prende al Bar Centrale, da provare Il gusto “paciugo“. L’aperitivo si fa davanti alla chiesa, sembra assurdo ma fanno un Pimm’s buonissimo. Da qui, consigliamo di proseguire a piedi (1km) fino a  > Finale Ligure. Per la cena sconsigliati i ristoranti sul lungomare, troppo commerciali e cari. Interessanti quelli situati più all’interno, nascosti tra i vicoli come il ristorante Cercavo Giobatta specializzato nel preparare prelibatezze di pesce cucinate al momento. Unico neo, non accettano bancomat o carta di credito. Perché? Non si è capito.

SPIAGGE 

La più selvaggia è la Baia dei Saraceni, mare pulito e trasparente. Spiaggia libera, 5 minuti a piedi dal primo panificio di Varigotti. Consigliato il pranzo al sacco e la crema solare, magari anche un cappello di paglia. Le più comode scorrono lungo tutta la costa di Varigotti, Finale, fino a Borgio dove si alternano bagni attrezzati a zone libere. Ideali per famiglie, o per chi vuole tutto a portata di mano. Poco più in là, tornando verso Noli, tra un enorme faraglione di pietra chiara e il blu del mare, c’è la spiaggia del Malpasso, dove però si paga un ingresso per tutta la giornata. Se ci capitate, fermatevi fino al tramonto, quando il sole colora di rosa le rocce dietro di voi e il mare diventa argento.

Quanto è bella l’estate?

Info: Art b&b A Creuza

Finalborgo

Finale Ligure

Per tutte le nostre dritte sui luoghi da scoprire e le spiagge più belle d’Italia, seguiteci su instagram all’hashtag #popcorngoesaround

 

 

PLANTULA: il progetto più verde che c’è

di Samantha Lamonaca 

L’uomo non può fare a meno della natura. La natura, però, sì. Ce lo insegna Francesco Vanotti, in arte Plantula. Un progetto di intrecci, storie, scoperte e desideri che sono emersi da una chiacchierata sotto il sole…

Cos’è Plantula?
Plantula è uno studio di progettazione del verde, ma forse è riduttivo e freddo etichettarla in questo modo. Ci occupiamo di piante, questo sì, ma dalle foglie alle radici. Decliniamo il mondo vegetale nei suoi molteplici linguaggi. Plantula è un contenitore di spunti e progetti che gravitano intorno al verde, sempre aperti a collaborazioni e a nuove e balzane idee.

Chi c’è dietro questo progetto?
Ci sono io, Francesco Vanotti, ho una formazione agronomica, ma ora ho difficoltà a definirmi così: ho seguito molti corsi che mi hanno fatto deviare dal campo puramente scientifico a qualcosa di più variegato. Mi interesso di un po’ di tutto e assimilo da ogni esperienza. Mi ritrovo ad essere in sintonia con le stagioni: in autunno si pota e si scrive, in inverno si studia e si progetta, in primavera si semina e si disegna, d’estate si accudisce e si formano nuove idee.

Come ti sei avvicinato al mondo della natura?
Tutto è iniziato nel giardino di mia madre, piccolo ma pieno di angoli e foglie, dove ci si poteva perdere a osservare. Poi i disegni su ceramica di mia nonna: così orientaleggianti e immaginifici. Poi i libri e gli studi, lo sfogliare erbari, le immagini di altri libri. Il passeggiare a zonzo nei boschi, gli orti botanici.

Bellissimo l’erbario presente sul sito, quanto ci hai messo a realizzarlo e che difficoltà hai trovato con lo studio delle piante?
Partiamo dall’idea che non si possono conoscere tutte le piante esistenti in natura, ma ogni anno pazientemente se ne possono imparare alcune, come in una collezione. L’importante è avere pazienza e conoscerle in tutte le loro fasi vegetative. Sono partito dallo studio degli alberi per poi scendere in altezza fino alle piante erbacee, ma ho ancora molto da conoscere. Quando si riesce consiglio di girovagare in un vivaio e fotografare o disegnare. Poco alla volta si possono iniziare a coltivarle e a collezionarle; le mie ultime scoperte sono le piante da interno. Oggi il riconoscimento è molto più semplice rispetto a una decina di anni fa: ci sono applicazioni molto utili (come il Progetto Dryades) e si possono eseguire ricerche su internet per immagini, ma la cosa migliore rimane sempre l’erbario cartaceo disegnato o fotografico.

Quando si parla di giardinaggio cosa ti viene in mente?
Mi vengono in mente due immagini agli antipodi. I giardini dell’infanzia di ognuno di noi, ingarbugliati e sovrastanti, disordinati e forse imperfetti. Luoghi dove perdersi, dove poter mettere mano, dove poter esplorare, sradicare e piantare, aggiungere e togliere. Insomma un luogo libero dove poter ritrovare un proprio stato naturale. L’altra immagine è quella del giardinaggio schematico e vuoto delle villette a schiera, con la siepe di fotinia, il prato all’inglese, l’olivo o l’acero giapponese. Un non-luogo dove non poter fare e dove non poter toccare, un verde plastico, asettico e abiotico. Mi piacerebbe che questo modello venisse eradicato, tramutato, seminato lungo i bordi, piantumato nel mezzo.

Quali sono le basi del vostro giardinaggio?
Innanzitutto penso che nella progettazione di uno spazio si debba tener conto di lasciare delle aree vuote, dove chi vive ogni giorno il giardino possa agire. Un secondo punto fermo nella scelta delle piante è quello di poter mescolare specie per ottenere uno spazio che non sia suddiviso in compartimenti stagni: orto, aromatiche, frutteto. Perché anche i finocchi o i carciofi hanno delle fioriture interessanti.

Prestate molta attenzione anche all’incolto, puoi spiegarci cosa ci trovi?
L’interesse verso l’incolto e le piante spontanee, nasce innanzitutto dall’accorgersi che le piante ci circondano e alle volte ci sovrastano. Camminando in città ci si rende subito conto che le foglie sono ovunque: spighe o viticci spuntano da ogni parte. Una bellezza gratuita, fatta di fioriture e frutti, che ci accompagna ad ogni passo. Accorgersi della presenza di questi ritagli avvia delle riflessioni sul consumo di suolo, sulla cura del territorio, sul riappropriarsi degli spazi. Coltivare una porzione di incolto e arricchire questi angoli di città di nuovi colori scatenerà delle azioni di ricolonizzazione e riattivazione.

Il “giardino inatteso” è un progetto nel progetto, puoi raccontarcelo?
All’inizio del 2015 è iniziato un progetto in collaborazione con Remida (Centro di Riciclaggio Creativo) di Reggio Emilia. Il tema era un’analisi dell’incolto come risorsa e non come scarto. Il percorso esplorativo è iniziato all’interno del complesso abbandonato delle Officicine Meccaniche Reggiane alla ricerca di forme di vita vegetali. Ci siamo accorti che sono numerosissime le specie presenti, di cui è stata stilata una lista. In seguito è stato avviato un viaggio che ci ha dapprima portati a degli incontri con i bambini sul tema delle piante pioniere, con la semina di alcune cassette ‘prêt-à-porter’; per poi approdare a un workshop e a delle passeggiate nell’incolto. Il giardino inatteso è la bellezza dietro l’angolo e la possibilità di crearne uno.

Cosa vuol dire per dei giovani scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Significa avere a cuore e amare il proprio lavoro ed essere in sintonia con i propri pensieri. Ma anche provare sempre qualche nuova strada, gettarsi da un’idea all’altra: da un progetto editoriale, a uno educativo, dal design all’incolto. Vuole dire conoscere cose nuove e nuove tematiche, intrecciare relazioni e farsi sempre contaminare. Penso che si debba essere gentili, condividere esperienze e contatti, lasciare un bel segno.

Cosa ti attrae della natura?
Mi attrae la sua capacità rigenerativa e l’assoluta non necessaria presenza dell’essere umano.

Qualcosa da dichiarare?
Creare luoghi dove perdersi tra le fronde.

Info: Plantula

Cinque domande a Clorophilla, l’artista che tutti dovreste conoscere

di Samantha Lamonaca

Nell’era dell’internet, dove nascono talenti virtuali e persone digitali,  l’arte crea un incontro inatteso di forme e spazi e colori che prima si ignoravano (cit.). Ludovica Basso aka Clorophilla, arriva dalle ricerche sul World Wilde Web. Le abbiamo fatto poche domande, veloci e confusionarie, per conoscere più da vicino chi prende passione e colore e le butta senza pensarci troppo in progetti che poi diventano indiscutibilmente affascinanti.

da dove arriva il nome Clorophilla?
Clorophilla è un nome che è stato concepito anni fa per caso con degli amici, inizialmente era Sibilla, poi si è naturalmente trasformato in Clorophilla, suonava bene e ho deciso di farlo mio, anche per la passione che ho per il mondo delle piante e tutto quello che gli è connesso.

 

l’ispirazione?
Per me è essenziale viaggiare, vivendo in un piccolissimo paesino per la maggior parte dell’attenzione scatta in me l’esigenza naturale di ampliare le mie prospettive, abbandonare stereotipi, conoscere altre culture, vedere nuovi orizzonti, assaporare nuovi sapori e respirare aria nuova, per tornare ogni volta ricca di ispirazioni, stoffe e monili. Leggere libri, saggi, sfogliare vecchi manuali è senz’altro d’aiuto quando non mi posso spostare. Per il resto mi nutro quotidianamente di immagini su internet che sono la mia linfa vitale.

 

i tuoi pezzi d’arte dove si possono acquistare?
Si possono acquistare nel mio shop on line depop/clorophilla, grazie al quale alle volte capita che mi spediscano vestiti ed altri pezzi da personalizzare su commissione. Poi trovate una buona selezione nel mio B&B in Liguria e durante l’inverno, quando possibile, partecipo anche a mercatini nel nord Italia, capita spesso che torni a casa piena di bigliettini da visita di altri creativi o di persone conosciute lì, mi piace molto perché ho un riscontro diretto su cosa piace oppure no, su cosa posso migliorare, inoltre ho la possibilità di scambiare due parole con persone che fanno una vita simile alla mia.

 

gli oggetti in vendita nel tuo B&B sono tutti opera tua?
Sì, sono oggetti che creo personalmente, spesso sono anche complementi d’arredo, che si possono acquistare solo dopo aver pernottato nella Stanza Azzurra. Questo mi dà lo stimolo a tirare fuori sempre qualcosa di nuovo, mi piace molto la filosofia del non attaccarsi troppo alle cose materiali, così per me è fonte di rinnovamento e gli ospiti possono trovare un’ambiente in continuo cambiamento!

 

dove ti piacerebbe esporre e vendere?
Sogno di trovare un posto più grande, dove trasformare ed ampliare con la collaborazione di altre menti, la mia idea di Stanza Azzurra ed associarla a cibo, arte, orto e ospitalità. Oppure mi accontenterei di aver un chiringuito, negozietto su una spiaggia in un posto caldo e viaggiare il resto dell’anno.

 

 

Un pomeriggio nell’atelier elbano di Michele Chiocciolini

di Samantha Lamonaca

Ph Alessandro Nicosia

…e se vi capita un pomeriggio di pioggia, voi, che fate?

La mia idea è quella di perdersi tra i vicoli e i negozietti del paese che ci ha adottati per la vacanza, assorbire il profumo delle nuvole che sbatte su quello del mare, ascoltare il rumore delle infradito bagnate di chi cerca un riparo, farsi abbracciare dal vento che dà tregua a giorni assolati e afosi e poi prendersi il lusso del tempo. Chiedere permesso nelle storie degli altri, nelle loro fantasie, nei loro pensieri. Questo è capitato nell’atelier elbano di Michele Chiocciolini. Siamo a Marciana Marina, fulcro indiscusso del nostro animo gipsy. Nell’unica piazza, quella della Chiesa, c’è una vetrina che non passa di certo inosservata, due porte in vetro si aprono sulla Casa del Pescatore e sull’animo di un giovane designer con la matita sempre in tasca, ben felice di raccontarci come è arrivato fin qui. L’avventura prende piega anni prima, sui libri di scuola, disegnini e scarabocchi che la Divina Commedia diventa un scrapbook, poi una laurea in architettura, tanti pomeriggi passati tra stoffe e bottoni nell’attività della nonna, sarta. Un percorso riassunto in poche parole significative ma che nasconde anni di domande, prove e ricerca. Fino ad uno piccolo spazio personale, in via del Fico a Firenze, e poi un salto qui, all’Elba nel posto più bello del mondo (eh scusate, ve l’ho detto prima che è il fulcro…ndr). Michele passa l’estate a curare ogni dettaglio del suo atelier, sfida cominciata nel 2014 in un momento non certo facile, che ha portato con sé una ventata di novità e modernità. Va ad aggiungersi alla lista di tutti quei negozietti, ormai storici, che fanno di questo posto un posto speciale (per citarne alcuni Nena&Tomy, Viola Vintage, El Cayuco, Aré Aré, Cagliostro Casa). Eclettico quanto basta, surrealista ma con i piedi per terra, ci racconta di come un disegno può diventare protagonista in una collezione di moda e come una grafica rimane una grafica se non è quello a cui vuole arrivare. In vendita cianfrusaglie, gioielli anni ’50, collane afro, carta da lettere anni ’60, bicchieri vintage, shopper in plastica colorata, una collezione di abiti, camicie e gonne estive a portafoglio dal mood fresco e divertente e poi loro, le giacche da uomo più belle che io abbia mai visto, rifinite in ogni minimo dettaglio, studiate e valorizzate al massimo con stoffe etniche ma modestamente eleganti. Siete all’interno di una vera e propria fucina di idee che si elevano ad atelier creativo, studiato e vissuto con un occhio aperto sul mondo e l’altro strizzato ai sogni. Oggi, Michele, è al lavoro sulla sua linea di borse, inaugurata per la prima volta nel settembre 2015 durante la fashion week milanese. Non ci resta che aspettare e guardare quale sarà la prossima idea che toccheremo con mano, pronta a conquistare i più attenti e anche no. Bravo Michele!

Info: <a href="http://www tamiflu dosage for adults.michelechiocciolini.it” target=”_blank”>Michele Chiocciolini

Ridateci LaEffe! Il caso di una Tv per pochi…

di K e Samantha Lamonaca

Con l’avvento definitivo del digitale terrestre (2012) ci avevano promesso un allargamento dell’offerta televisiva di qualità in chiaro. Ammettiamolo però, l’allargamento dell’offerta c’è stato mentre della qualità nessuna traccia, anzi, nonostante sembrasse impossibile, il livello dei programmi televisivi gratuiti è crollato vertiginosamente rispetto anche solo all’inizio del XXI° secolo. Sul TDT le proposte dei canali curiosi (per essere gentili) sono infinite, quando ci si imbatte in essi facendo zapping, la domanda che sarà capitata a tutti di porsi è “ma come diavolo campano questi?” oppure “ma davvero c’è qualcuno che li guarda?”. L’impressione è che si sia voluto fare del digitale la serie B della “pay per view”, di farne l’apripista con canali come DMAX che trasmettono ciò che chi ha pagato, ha già visto molto tempo prima, oppure come CIELO che sono solo un surrogato delle mirabilie che si potrebbero avere aprendo il portafogli. Ma scavando nella terra impervia si trova sempre qualche pepita d’oro che, in TV, sono quelle frequenze che assicurano comunque un ottimo livello culturale e programmi degni di tal nome: RAI 5 e RAI Storia ad esempio, Rai Movie, Iris o anche il programma Gazebo su RAI 3 o quello di Maurizio Crozza su La7, e poi, uno su tutti, LaEffe che… un momento! Che fine ha fatto LaEffe?!?
Siamo spiacenti ma LaEffe si è trasferita su SKY diventando a pagamento.
Per i seguaci del canale Feltrinelli si tratta di un’incomprensibile scelta aziendale, perché solo così si può definire la decisione di passare dall’essere fra i canali migliori gratuiti, se non il migliore, a uno dei tanti a pagamento. I fan del palinsesto, non hanno mancato di far pervenire il proprio sdegno scrivendo sulle pagine dei social network dell’emittente. Al di là dei perché e dei per come, dei motivi strategici o finanziari che non è questa la sede per analizzarli, resta il gusto amaro di assistere all’ulteriore impoverimento culturale della televisione accessibile a tutti, con sempre meno fruibilità di programmi di qualità, abbandonando i telespettatori in balia di una televisione dai contenuti e dalle proposte sempre più di seconda scelta che continua a propinare mediocrità travestita da qualità. La cultura è davvero per ricchi? Questo episodio ce lo fa pensare. Un canale divulgativo dovrebbe essere alla portata di tutti, dovrebbe svegliarci da quel torpore vegetativo in cui siamo finiti, dovrebbe liberarci dal vedere sempre lo stesso concetto di tv, con cui ci hanno drogati fino ad oggi. Un canale divulgativo di qualità deve stupirci, emozionarci, incuriosirci, convincerci. LaEffe lo faceva, e lo faceva bene e grazie a questa scelta ci è stato servito un motivo in più per guardare meno la televisione e per esempio: leggere più libri; uscire di casa e fare nuove conoscenze; parlare con le persone con cui si vive; guardare il cielo; fare progetti di un mondo migliore; insomma vivere.

P.S. se nel frattempo ci ripensate, ci rimettiamo volentieri sul divano per qualche ora!!!

Info: LaEffe

Signori e Signore, ecco a voi l’Opera Pupara Orlando Papa

di Samantha Lamonaca

ph Alessandro Nicosia

A proposito di storie, ce ne sono alcune che non andrebbero dimenticate mai, come l’arte dei Pupi Siciliani, per esempio.
Voi lo sapete cosa si nasconde dietro questo mestiere? Siamo andati a curiosare in un laboratorio pieno di passione, aneddoti, idee… Siamo nel laboratorio di Salvatore Papa, puparo ultra ottantenne e figlio d’arte, che con il socio, ormai amico, Francesco Orlando, attore, che nel teatro di figura ha lavorato a lungo in ambiti sia di sperimentazione che di tradizione; mantengono viva la pratica antica dell’Opera dei Pupi, attraverso rivisitazioni fiabesche, opere e poemi. Insieme hanno creato l’Opera Pupara Orlando Papa nata nel 2011, a Milano, con la volontà di realizzare un progetto di rinnovamento e continuazione. Il cuore sta nel mantenere accesa la fiamma e la curiosità delle nuove generazioni, su un’arte che piano piano sta scomparendo. Qui, tutto proviene da materiali di riciclo, e tutto è fatto a mano: dagli abiti per i pupi alle scenografie, dalle teste dei pupi stessi ai corpi intagliati nel legno, dai fondali alle scelte delle storie da rappresentare. Il lavoro di squadra è il massimo comun denominatore, per far funzionare le cose. Salvatore e Francesco scarabocchiano bozzetti su carta e poi si dividono i compiti. C’è chi scolpisce, chi cuce i vestiti di scena, chi dipinge le scenografie, chi si occupa dei testi, chi delle musiche, chi degli adattamenti e chi delle voci. Due uomini che insieme ne fanno dieci. Ma anche famigliari e amici sono d’aiuto, sempre pronti a donare materiali di riciclo. La politica è che niente viene buttato via e tutto può rinascere in un altro oggetto. La cura e la passione che Salvatore e Francesco ci mettono, si vede nei dettagli, che sono sorprendenti e fanno la differenza. Interessante la creazione di un pupo ad effetto ovvero un pupo che si smonta e si ricompone con pezzi intercambiabili perfetto per le scene di combattimento o morte. Ogni pupo prende vita in una rappresentazione teatrale e si muove bene o male solo grazie al proprio puparo, che deve concentrarsi e mettere tutte le caratteristiche del personaggio che interpreta, nei movimenti del proprio corpo. Se fatto bene, lo spettacolo che ne verrà fuori sarà memorabile. Non so se ne siete al corrente, ma i pupi sono pesantissimi, quindi immaginate la difficoltà nel poterli rappresentare al meglio. E qui, sono maestri in questo. L’armonia si sposa con la perfezione e la fatica dell’impegno va in direzione dell’espressione di ogni singolo pupo. Quando gli uomini decidono di dedicarsi alle proprie passioni, spesso senza alcuna finalità particolare, diventano custodi di una grande sapienza artigianale che dà vita ad un’arte unica al mondo. Oggi, la prima realizzazione compiuta dell’Opera, è rappresentata dal combattimento tra Orlando e Agricane, ma le storie sono in continua evoluzione e le collaborazioni e le richieste esterne non sono da meno. Da poco l’Opera gira nelle scuole, inutile dire che maestre e bambini ne rimangono sempre affascinati. Salvatore e Francesco hanno bisogno di farsi conoscere, per fare in modo che quest’arte non venga mai dimenticata. Noi li aiutiamo ad espandere il verbo.

Info: ipupidiorlandopapa@gmail.com

Quando arte e natura fanno l’amore nasce la Cattedrale Vegetale

di Samantha Lamonaca

ph Alessandro Nicosia

In pochi ne sono a conoscenza, altri se ne innamorano, altri ancora non sanno che pensare. Restarne indifferenti, è impossibile. In provincia di Oltre il Colle (BG) sorge la prima Cattedrale Vegetale, ovvero, una cattedrale verde, naturale, viva. Un’opera realizzata dall’artista Giuliano Mauri, ideata e progettata tra il 2008 e il 2009. Una maestosa architettura in continua evoluzione si fa spazio a 1345 metri di altezza, sul Monte Arera, nel bel mezzo del Parco delle Orobie Bergamasche. La Cattedrale composta da cinque navate che raggiungono i 15 mt, è stata costruita secondo l’antica arte dell’intreccio, che prevede l’uso di legno flessibile, picchetti, chiodi e corde. Tutti materiali utilizzati secondo le libere e articolate manipolazioni creative dei tempi passati, nel rispetto del ciclo naturale. Il progetto si propone di rilanciare e di valorizzare la ricchezza e l’unicità delle specie vegetali alpine che crescono nel Parco. Questo posto meraviglioso si raggiunge a piedi, in circa 20/30 minuti di salite. L’aria è frizzantina, i polmoni ringraziano, lo smog te lo sei dimenticato e il panorama è mozzafiato. Davvero. Se sei fortunato, poi, si riescono a sentire i versi delle aquile che volano alte, sulla vostra testa; e se c’è un leggero venticello, si può godere del profumo dei fiori di montagna. Una volta che ve la trovate davanti agli occhi è difficile voler andare via. Prevale un piacevole silenzio che fa di questo posto un posto di riflessione e di incontro, ma anche un luogo di altre discipline artistiche, dove arte e natura si baciano e dove ogni passante può catturarne l’energia. Per i più coraggiosi, il percorso si estende fino ai 200o metri di altezza, così da giungere al Rifugio Capanna. Lassù vi aspetta un bar, un ristorante e una modesta pensione. Dev’essere bellissimo, ma non abbiamo proseguito. Una volta tornati giù, però, ci siamo concessi una cena e un soggiorno a Zambla Alta, al Bed & Breakfast La Teresa, circondati dalle famose Quattro Cime delle Prelalpi Orobie, e dalla natura. Questa, è la gita perfetta se volete fare del bene alla vostra anima e alla vostra mente.

Info: Cattedrale Vegetale