d I DEA: quando un gioiello è anche un portafortuna, un amuleto, un…

di Samantha Lamonaca

Oggi vi portiamo in un laboratorio della capitale, vi presentiamo piccole e minuziose mani creative, quelle che lavoro ogni giorno i gioielli d I DEA, ispirati dal mito della dea Diana

d I DEA, da dove arriva questo nome e come mai la scelta di creare gioielli fatti a mano?

d I DEA, della dea o dell’idea. Tutto nasce qui, dal desiderio di un’idea nuova che si appenda al collo. Un amuleto, un portafortuna dove oltre all’argento si sciolga il ricordo del mito della dea Diana. Ogni gioiello è lavorato da mani esperte che in un piccolo laboratorio trasmettono amore ad ogni pezzo in produzione. Tutti i pezzi sono in argento 925 e possibili di differenti finiture galvaniche come bagni d’oro giallo e rosa, oppure trattamenti speciali come brunitura e sabbiatura. Il “fatto a mano” ci piace! Ci consente di personalizzare l’oggetto con l’incisione di un ricordo o di un pensiero scritto e di soddisfare ogni personale richiesta.

Quando avete iniziato e perché?

Il progetto è giovane, nasce nel luglio 2016. Volevamo che le nostre creazioni raccontassero una storia che conosciamo bene, che in ognuna si fondesse una luna crescente ed una freccia acuminata, simbologia cara alla dea Diana. La dea infatti aveva sulla fronte una luna, che regolava la crescita e l’evolversi di nuovi eventi, era gemella di Apollo dio del sole ed anche protettrice delle partorienti. Sulle sue spalle una faretra d’argento era colma di frecce; per noi la freccia è il mirare ad obiettivi ambiziosi e raggiungerli.

Come vi fate conoscere?

Un amuleto chiama l’altro, quando non riesci più a toglierlo dal collo diventa tuo, e acquista una vibrazione rara che gli altri percepiscono. Questo legame personale e personalizzato viene raccontato sulle pagine social di Instagram e Facebook, dove teniamo aggiornate le appassionate su tutto quello che è in arrivo.

Il pezzo più importante?

L’amuleto. Perché ha dato vita ad una capsule di gioielli, dove la luna e la freccia interagiscono in modo nuovo.

Da dove arriva l’ispirazione? Ci potete raccontare il processo creativo?

Il processo creativo è spontaneo e improvviso, nella testa i gioielli si sono disegnati tutti uno dopo l’altro.
Agròtis è il nostro lobopiercing, lui trafigge il lobo e la luna che cresce, Locheia e Kinegòs i nostri anelli, che stretti abbracciano le dita, infondendo loro coraggio, l’ultimo, Drumonia il bracciale che ruota intorno al polso diventando un’arma gentile.

Cosa vuol dire scommettere su un’idea e lanciare un progetto in autonomia?

Siamo sicuri che un’idea concreta con una buona struttura sia apprezzata, se poi raccontata appassionatamente è destinata ad entrare nei cuori. I nostri gioielli, tutti, hanno una fortissima concentrazione di energia buona. Sono immersi nelle acque del lago di Nemi, rinominato appunto lo specchio di Diana, sulle cui pendici i romani si dedicavano al culto della dea. Le rovine del tempio di Diana sono una costruzione mistica e crediamo che ogni singolo gioiello conservi questo fremito oltretempo.

Il gioiello è…

Il gioiello è un oggetto “prezioso”, qualcosa che rimane stretto ad un ricordo, che diventa portafortuna speciale dove ognuno ripone un pensiero segreto o un desiderio nascosto.

Un consiglio per chi vuole iniziare?

L’entusiasmo non deve mai mancare, la passione incendia le idee creandone di nuove.

Progetti futuri?

Possiamo rivelarvi che il primo amuleto si fermerà a 70 pz. La sua evoluzione sarà un secondo prezioso oggetto una “lùnula” d I DEA. Il nuovo ciondolo è denso di significati, anche apotropaici presi in prestito dall’epoca romana. Sarà uno spicchio lunare che ricorda un ferro di cavallo rovesciato. Una freccia snodata e pendente farà rumore dondolando e ricordandoci che l’amuleto è legato al nostro collo e lì lui vuole restare.

Qualcosa da dichiarare?

Teniamo molto a ringraziarvi delle buone chiacchiere scambiate e dell’opportunità di farci conoscere un poco più lontano del nostro naso! Il vostro blog fa un lavoro scoppiettante… siamo lieti di essere oggi vostri ospiti! E ovviamente vi aspettiamo, sulle nostre pagine Facebook “Di DEA” e Instagram “amuleto_didea“!

Annakiki: un concentrato di colore si fa strada nel mondo della moda

di Samantha Lamonaca 

Arriva dalla Cina, ma del “Made in China” ha ben poco. Anna Yang, giovane designer con alle spalle una famiglia di sarti, mastica moda e arte fin da bambina. L’indipendenza bussa presto alla porta dei suoi desideri, fino alla realizzazione di un brand personale: Annakiki. La strada è lunga ma i buoni propositi prendo forma, per settembre 2016, sarà presente all’interno della settimana della moda, nel calendario ufficiale e porterà in Italia tante novità. Intanto ci abbiamo fatto quattro chiacchiere per farvela conoscere…

quando e come è nata Annakiki?
La moda e’ sempre stato un “affare di famiglia”. I miei genitori erano degli artigiani tessili e sono cresciuta osservandoli, imparando giorno dopo giorno le caratteristiche e la lavorazione dei tessuti. Ho realizzato la mia prima gonna ad otto anni, per me fu un grande traguardo e capii che quella era la mia strada! Crescendo ho maturato una mia personale visione della moda e dell’arte in generale, grazie alla quale ho deciso di creare il mio brand nel 2013: ANNAKIKI.

da dove prendi l’ispirazione? 
Ogni collezione proviene da spunti diversi, ma in generale traggo l’ispirazione da tutto ciò che mi circonda, soprattutto dalle persone che vedo e che incontro. Come diceva Bukowsky: “la gente e’ il piu’ grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto”. La nuova collezione che sto ultimando sara’ molto provocatoria… vedrete!

nelle tue collezioni c’è molto colore,  puoi darci tre aggettivi che descrivono al meglio quella invernale?
Ribelle, innovativa e semplicemente di classe!

la scelta di utilizzare solo materiali eco è stata studiata?
Assolutamente sì. Sono una profonda sostenitrice dei diritti animali ed ambientali, quindi ho realizzato le mie collezioni in coerenza con i miei principi morali.

a cosa ti sei ispirata per la fall 16/17?
Ai nomadi scandinavi e dagli antichi Incas peruviani, che da sempre hanno uno stile di vita a contatto con la natura e si distinguono per le fantastiche abilità artigianali, grazie alle quali producono I loro abiti con grande maestria e fantasia. Tutto è realizzato con tessuti come lana e filati, gli inserti e i ricami sono cuciti a mano.

quanto è difficile oggi, per i giovani, scommettere su una propria idea e metterla in pratica?
Più andiamo avanti, più credo sia difficile riuscire ad imporsi nella società con le proprie idee. La paura di essere giudicati o emarginati, spesso sopravvale rispetto alla volontà di esprimere se stessi con assoluta libertà. In pochi ci riescono… ma è una minoranza su cui bisogna contare, perché solo chi riesce a distinguersi riesce a sopravvivere in un mondo in cui siamo tutti omologati!

che difficoltà hai incontrato?
In questo settore c’e’ bisogno di una continua ricerca e sviluppo, e non è sempre facile stare al passo. La moda è un settore in continua evoluzione, e per “i nuovi arrivati” la strada è lunga e difficile. La continua scoperta di nuovi materiali è una delle questioni a cui dare maggiore peso, e chiaramente in Europa le cose viaggiano molto piu’ velocemente. La Cina è ancora molto limitata in questo senso.

un episodio piacevole che ricordi e vuoi raccontarci?
Uno degli episodi che più mi fanno sorridere, è legato alla mia prima esperienza qui in Italia, durante il mio primo presa-day. Ho avuto la possibilità di incontrare tanti stylist che hanno apprezzato il mio stile! Può sembrare sciocco, ma per me è stato emozionante approdare in Italia, e ricevere così tanti complimenti, temevo di essere etichettata con il classico “Made in China”, ma per fortuna non è successo.

da chi vorresti vedere indossate le tue creazioni?
Forse risulta un po’ scontato, ma credo che Cara Delevigne sarebbe una testimonial perfetta per il mio marchio. La sua essenza è l’esatto mix di raffinatezza e follia che esprimo attraverso le mie collezioni. Chissà; forse un giorno…

Annakiki è per donne che…
…sanno apprezzare la qualità del lavoro tradizionale, ma che vogliono diversificarsi dalla massa e dimostrare la propria indipendenza. ANNAKIKI è pensato per tutte le donne carismatiche e dalla forte determinazione che le porta a creare la moda, non a seguirla!

Info: Annakiki

Weekend in Liguria: dove andare per staccare davvero la spina!

di Samantha Lamonaca

ph. (con il cellulare) Alessandro Nicosia

si ringrazia per la piacevole partecipazione Ludovica Basso 

La Liguria è meta del primo sole, è appuntamento di ritrovo tra torinesi, milanesi, emiliani e molti altri ancora. Si divide tra bellezze antropiche e naturali, tra le quali spiccano: la Riviera dei Fiori, a ponente; e Portofino, le Cinque Terre, e Porto Venere, a levante. Per la nostra prima prova costume (superata, ci sta! ndr) siamo stati in quella piccola parte della Riviera dei Fiori dove il tempo sembra essersi fermato, per questo è tutto così bellissimo.

DORMIRE/ COLAZIONE/ COME MUOVERSI

Scegliere un’alloggio lontano dal volgare chiasso del più comune lungomare ci è sembrato cosa buona e giusta, ed è così che siamo finiti nel famosissimo ART B&B A Crêuza di Ludovica aka Clorophilla. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di un borgo antico, a pochi km dal mare, in un paesino di nome Verezzi, composto da quattro borgate e tante vecchie casine di pietra. Tra queste, l’occhio vuole la sua parte e cade sulla Stanza Azzurra, nella borgata Crêuza, situata all’interno di un’antica casa tipicamente ligure, dove un tempo veniva prodotto l’olio d’oliva e dove oggi, dopo accurati restauri, ha riacquistato il suo fascino. Qui potete dormire nella stanza delle sorprese, ogni creazione ed oggetto presenti sono in vendita. Le idee di Ludovica prendono vita, con il loro estro e spirito eclettico vi aprono la porta e vi accompagnano a dimenticarvi di tutto il resto. La stanza, con ingresso indipendente, è dotata di tutti i comfort e c’è pure un cortiletto privato immerso nel bosco. Da qui si vede il mare. Goderecce, meritano una nota, le colazioni offerte dalla padrona di casa, da consumare preferibilmente sul terrazzo comune. Ludovica prende gli ospiti per la gola, preparando muffin deliziosi, marmellate allo zenzero e frutta locale. Fa venire l’acquolina in bocca con la tipica focaccia ligure appena sfornata e ti fa divertire nella creazione del tè-personalizzato; offrendoti miscele dai sapori lontani tamiflu generic. Metteteci una vista mozzafiato; quattro chiacchiere per conoscersi meglio e Milano, ahimè, è già nel dimenticatoio. Il bello di questa sistemazione è avere la possibilità di trascorrere momenti tranquilli, in totale sintonia con la natura, alla scoperta di vecchie tradizioni ma allo stesso tempo con la possibilità di poter praticare diverse tipologie di sport come l’arrampicata; trekking; MBT. Al mare ci potete arrivare a piedi (20 minuti), ma solo se siete sportivi, perché la discesa è piacevole ma la salita un po’ meno. Per questo hanno inventato i motorini (10 minuti), il nostro consiglio è di affittarne uno. Come ben sapete il parcheggio e le spiagge della Liguria non vanno d’accordo, chi ha voglia di sprecare tempo e denaro alla ricerca di un posto macchina? L’ideale è quindi il noleggio per raggiungere le mete più vicine: Pietra Ligure, Borgio Verezzi, Varigotti, Noli. Il più economico che abbiamo trovato è Finale Rent, i ragazzi ve lo consegnano a domicilio, ovunque voi siate (prezzo medio al giorno 40/50 euro per  due persone, meno di una multa in divieto di sosta).

MANGIARE/ MERENDA/ APERITIVO/ SHOPPING 

5 minuti a piedi > Verezzi. Se volete spostarvi a piedi, dal b&b, avete una sola possibilità: scendere verso la piazza principale, che collega le quattro borgate. Qui, a vostro piacimento, trovate due bar; quattro ristoranti con terrazza per cene romantiche; un negozio di prodotti tipici e due di abbigliamento. L’accoglienza è strepitosa. Credo che la maggior parte delle località marittime dovrebbero prendere esempio. La cortesia e la disponibilità verso il turista sono così sentite che fai subito parte di questa grande famiglia. Se vi capitate una volta, volete tornarci.

10 minuti di macchina/motorino > Finalborgo. Merita una visita, è uno dei borghi Liguri più belli d’Italia. Arroccato tra mura medievali è un intreccio di negozietti tipici, gente allegra, tabacchi vintage, turisti sportivi, bar eclettici, ristoranti colorati e negozi di antiquariato. Interessante il mercatino delle cose vecchie e degli antichi mestieri, che si svolge ogni primo weekend del mese tra le vie del borgo. Sui banchi cianfrusaglie di ogni tipo, per sognatori e gente che si perde nei dettagli. Il gelato si prende al Bar Centrale, da provare Il gusto “paciugo“. L’aperitivo si fa davanti alla chiesa, sembra assurdo ma fanno un Pimm’s buonissimo. Da qui, consigliamo di proseguire a piedi (1km) fino a  > Finale Ligure. Per la cena sconsigliati i ristoranti sul lungomare, troppo commerciali e cari. Interessanti quelli situati più all’interno, nascosti tra i vicoli come il ristorante Cercavo Giobatta specializzato nel preparare prelibatezze di pesce cucinate al momento. Unico neo, non accettano bancomat o carta di credito. Perché? Non si è capito.

SPIAGGE 

La più selvaggia è la Baia dei Saraceni, mare pulito e trasparente. Spiaggia libera, 5 minuti a piedi dal primo panificio di Varigotti. Consigliato il pranzo al sacco e la crema solare, magari anche un cappello di paglia. Le più comode scorrono lungo tutta la costa di Varigotti, Finale, fino a Borgio dove si alternano bagni attrezzati a zone libere. Ideali per famiglie, o per chi vuole tutto a portata di mano. Poco più in là, tornando verso Noli, tra un enorme faraglione di pietra chiara e il blu del mare, c’è la spiaggia del Malpasso, dove però si paga un ingresso per tutta la giornata. Se ci capitate, fermatevi fino al tramonto, quando il sole colora di rosa le rocce dietro di voi e il mare diventa argento.

Quanto è bella l’estate?

Info: Art b&b A Creuza

Finalborgo

Finale Ligure

Per tutte le nostre dritte sui luoghi da scoprire e le spiagge più belle d’Italia, seguiteci su instagram all’hashtag #popcorngoesaround

 

 

PLANTULA: il progetto più verde che c’è

di Samantha Lamonaca 

L’uomo non può fare a meno della natura. La natura, però, sì. Ce lo insegna Francesco Vanotti, in arte Plantula. Un progetto di intrecci, storie, scoperte e desideri che sono emersi da una chiacchierata sotto il sole…

Cos’è Plantula?
Plantula è uno studio di progettazione del verde, ma forse è riduttivo e freddo etichettarla in questo modo. Ci occupiamo di piante, questo sì, ma dalle foglie alle radici. Decliniamo il mondo vegetale nei suoi molteplici linguaggi. Plantula è un contenitore di spunti e progetti che gravitano intorno al verde, sempre aperti a collaborazioni e a nuove e balzane idee.

Chi c’è dietro questo progetto?
Ci sono io, Francesco Vanotti, ho una formazione agronomica, ma ora ho difficoltà a definirmi così: ho seguito molti corsi che mi hanno fatto deviare dal campo puramente scientifico a qualcosa di più variegato. Mi interesso di un po’ di tutto e assimilo da ogni esperienza. Mi ritrovo ad essere in sintonia con le stagioni: in autunno si pota e si scrive, in inverno si studia e si progetta, in primavera si semina e si disegna, d’estate si accudisce e si formano nuove idee.

Come ti sei avvicinato al mondo della natura?
Tutto è iniziato nel giardino di mia madre, piccolo ma pieno di angoli e foglie, dove ci si poteva perdere a osservare. Poi i disegni su ceramica di mia nonna: così orientaleggianti e immaginifici. Poi i libri e gli studi, lo sfogliare erbari, le immagini di altri libri. Il passeggiare a zonzo nei boschi, gli orti botanici.

Bellissimo l’erbario presente sul sito, quanto ci hai messo a realizzarlo e che difficoltà hai trovato con lo studio delle piante?
Partiamo dall’idea che non si possono conoscere tutte le piante esistenti in natura, ma ogni anno pazientemente se ne possono imparare alcune, come in una collezione. L’importante è avere pazienza e conoscerle in tutte le loro fasi vegetative. Sono partito dallo studio degli alberi per poi scendere in altezza fino alle piante erbacee, ma ho ancora molto da conoscere. Quando si riesce consiglio di girovagare in un vivaio e fotografare o disegnare. Poco alla volta si possono iniziare a coltivarle e a collezionarle; le mie ultime scoperte sono le piante da interno. Oggi il riconoscimento è molto più semplice rispetto a una decina di anni fa: ci sono applicazioni molto utili (come il Progetto Dryades) e si possono eseguire ricerche su internet per immagini, ma la cosa migliore rimane sempre l’erbario cartaceo disegnato o fotografico.

Quando si parla di giardinaggio cosa ti viene in mente?
Mi vengono in mente due immagini agli antipodi. I giardini dell’infanzia di ognuno di noi, ingarbugliati e sovrastanti, disordinati e forse imperfetti. Luoghi dove perdersi, dove poter mettere mano, dove poter esplorare, sradicare e piantare, aggiungere e togliere. Insomma un luogo libero dove poter ritrovare un proprio stato naturale. L’altra immagine è quella del giardinaggio schematico e vuoto delle villette a schiera, con la siepe di fotinia, il prato all’inglese, l’olivo o l’acero giapponese. Un non-luogo dove non poter fare e dove non poter toccare, un verde plastico, asettico e abiotico. Mi piacerebbe che questo modello venisse eradicato, tramutato, seminato lungo i bordi, piantumato nel mezzo.

Quali sono le basi del vostro giardinaggio?
Innanzitutto penso che nella progettazione di uno spazio si debba tener conto di lasciare delle aree vuote, dove chi vive ogni giorno il giardino possa agire. Un secondo punto fermo nella scelta delle piante è quello di poter mescolare specie per ottenere uno spazio che non sia suddiviso in compartimenti stagni: orto, aromatiche, frutteto. Perché anche i finocchi o i carciofi hanno delle fioriture interessanti.

Prestate molta attenzione anche all’incolto, puoi spiegarci cosa ci trovi?
L’interesse verso l’incolto e le piante spontanee, nasce innanzitutto dall’accorgersi che le piante ci circondano e alle volte ci sovrastano. Camminando in città ci si rende subito conto che le foglie sono ovunque: spighe o viticci spuntano da ogni parte. Una bellezza gratuita, fatta di fioriture e frutti, che ci accompagna ad ogni passo. Accorgersi della presenza di questi ritagli avvia delle riflessioni sul consumo di suolo, sulla cura del territorio, sul riappropriarsi degli spazi. Coltivare una porzione di incolto e arricchire questi angoli di città di nuovi colori scatenerà delle azioni di ricolonizzazione e riattivazione.

Il “giardino inatteso” è un progetto nel progetto, puoi raccontarcelo?
All’inizio del 2015 è iniziato un progetto in collaborazione con Remida (Centro di Riciclaggio Creativo) di Reggio Emilia. Il tema era un’analisi dell’incolto come risorsa e non come scarto. Il percorso esplorativo è iniziato all’interno del complesso abbandonato delle Officicine Meccaniche Reggiane alla ricerca di forme di vita vegetali. Ci siamo accorti che sono numerosissime le specie presenti, di cui è stata stilata una lista. In seguito è stato avviato un viaggio che ci ha dapprima portati a degli incontri con i bambini sul tema delle piante pioniere, con la semina di alcune cassette ‘prêt-à-porter’; per poi approdare a un workshop e a delle passeggiate nell’incolto. Il giardino inatteso è la bellezza dietro l’angolo e la possibilità di crearne uno.

Cosa vuol dire per dei giovani scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Significa avere a cuore e amare il proprio lavoro ed essere in sintonia con i propri pensieri. Ma anche provare sempre qualche nuova strada, gettarsi da un’idea all’altra: da un progetto editoriale, a uno educativo, dal design all’incolto. Vuole dire conoscere cose nuove e nuove tematiche, intrecciare relazioni e farsi sempre contaminare. Penso che si debba essere gentili, condividere esperienze e contatti, lasciare un bel segno.

Cosa ti attrae della natura?
Mi attrae la sua capacità rigenerativa e l’assoluta non necessaria presenza dell’essere umano.

Qualcosa da dichiarare?
Creare luoghi dove perdersi tra le fronde.

Info: Plantula

NAMI: il concept store emozionale

di Samantha Lamonaca 

Il #popcorngaragemarket per noi che lo organizziamo e per voi che ne fate parte, è una fucina creativa in continuo sviluppo.
Una fucina che ti riqualifica uno spazio e dove s’incontrano i sogni degli altri, le storie degli altri. Per forza, dopo, senti il bisogno di raccontarle al mondo. La nostra attenzione, per oggi, va a Stefania. Una ragazza dai capelli rosa sbiaditi, stupendi, che sa il fatto suo. Ha partecipato alla nostra rinascita, il 28 maggio, nel fantastico spazio del Giardino delle Culture e facendo quattro chiacchiere con lei abbiamo deciso di presentarvela. Siamo sicuri che presto sentirete parlare del suo concept store digitale. Un negozio online dove interessanti nomi di design, artigianato ed handmade si fondono.

se digito Nami su Google la prima cosa che salta all’occhio è “la navigatrice dei pirati, di Cappello di Paglia”. C’è una una sintonia con questo personaggio e il nome che hai scelto per il tuo progetto?
Dunque il nome è lo stesso, essendo un nome femminile giapponese, ma la scelta non proviene dal personaggio in sé, Nami in giapponese significa onda, ed è lì che mi ha colpito, è un significato dalle mille sfacettature, un onda che può essere calma o impetuosa, si infrange e poi si ritira, capace di trasportare molto lontano ciò che galleggia sulla sua superficie, un processo graduale, destinato a protrarsi nel tempo, ed è quello che spero di fare. Arrivare lontano. Lo vedo come un significato multiplo, inoltre ero alla ricerca di un nome minimale e che avesse un suono dolce ed ecco che ho scelto Nami.

come è nata l’idea?
Nasce con l’intento di creare uno store emozionale, dove design, qualità e artigianato si fondono. In particolare l’idea è nata dalla voglia di far vedere ad un pubblico ben specifico le mie ispirazioni continue, e i frutti di una ricerca costante personale. Ho visto intorno a me una forte crescita e interesse per l’handmade, per il design ricercato e per l’artigianato di qualità, quindi ho pensato di fondere tutti questi aspetti in un solo unico progetto.

l’obiettivo?
Quello di valorizzare il nostro quotidiano con piccoli dettagli che inconsciamente ci arricchiscono. Il tutto scelto con attenzione e cura per la natura che ci circonda, vedi i saponi biologici, lavorati a freddo provenienti dall’Irlanda, oppure i portafogli o pochette interamente realizzati a mano in vegan leather da non confondere con l’ecopelle, che alla fine è sempre di origine animale ma con il solo ridotto impatto ambientale. Vegan è totalmente nel rispetto degli animali e dell’ambiente. Nami è per chi è alla ricerca di uno stile unico e particolare.

chi c’è dietro?
Ci sono io! Stef, fotografa, laureata in Design con mille interessi che confluiscono inconsciamente anche in questo progetto. Poi ci sono tante passioni, molteplici ispirazioni, infinita ricerca e una costante voglia di fare che mi tiene attiva e carica.

descrivici una tua giornata tipo…
Non ho esattamente una giornata tipo, sono una persona molto versatile, principalmente mi faccio trasportare da quello che sento, avendo due lavori e due progetti all’attivo, non mi annoio, ecco (ride ndr). Divido le mie giornate tra lavoro, fotografia, e l’organizzazione di mostre ed eventi culturali con il collettivo di cui faccio parte: Progetto Meteora.

quanto è importante il design e la bellezza estetica nelle tue ricerche?
Questi due aspetti sono TUTTO. L’impatto visivo e il concetto di design che sta alle spalle sono aspetti non trascurabili, il tutto ovviamente deve essere in linea con il progetto, ma scegliendo ogni cosa personalmente, appena vedo un nuovo brand che non conosco o un oggetto particolare capisco subito se può far parte di Nami. 

come ti fai conoscere?
Farsi conoscere è una strada molto lunga e tortuosa, difficile da percorrere perchè come ogni cosa ben fatta richiede costanza. Al momento cerco di farmi conoscere attraverso le varie tipologie di market, che sono le situazioni ideali dove trovi chi è sempre alla ricerca del particolare. Oltre agli infiniti mercatini a cui partecipo, tengo attivi i social principali come Facebook e Instagram. Domani si vedrà.

cosa vuol dire per una donna scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Vuol dire sentirsi libera da ogni costrizione e libera di lanciarsi nel vuoto, in qualcosa che non sai come andrà, l’unica cosa di cui sono certa è che sarà sicuramente un bel percorso, pieno di avventure e nuove esperienze. Avere un progetto che ti permette di confrontarti con realtà simili alla tua, con designers, con altri brand ecc. è la cosa più stimolante. Sentirsi coinvolta nelle esperienze altrui ti fa crescere e ti sprona ad andare avanti nonostante le difficoltà.

quanto ti è stato d’aiuto questo mondo digitalmente connesso?
Molto direi, essere continuamente connessi ha i suoi vantaggi, farsi conoscere e far crescere il tuo brand può essere molto più facile che senza tutti i vari social, ma ha anche i suoi contro, penso che si debba vivere il presente a pieno e con tutte le possibilità che ci vengono concesse, quindi se con il giusto utilizzo di tutti questi strumenti si possono ottenere grandi risultati, sono pronta a farmi avanti!

nomi che possiamo trovare solo da Nami?
Tilissimo; Kolor; Lee Coren; Healthy & Pretty; Yu Square; <a href="http://www tamiflu price.soniacavallini.com/”>Sonia Cavallini.

prossime collaborazioni?
Di idee ce ne sono molte, ma sono tutte da valutare proprio perchè essendo nuovo il progetto, bisogna incanalare la giusta idea nella giusta direzione, sicuramente da settembre ci sarà qualcosa di nuovo, non dico altro.

puoi dirci, almeno, quali nuovi designer che ci porterai in Italia?
Ultimamente mi sono focalizzata su un brand tedesco NICE NICE NICE, molto colorato e minimale. Producono calzini, sciarpe in puro lino e delle meravigliose spille in legno.

dove possiamo comprare i tuoi articoli?
Consiglio sempre di venirmi a trovare nei vari market a cui partecipo, per essere aggiornati e sapere tutte le date dovreste seguirmi sulla mia pagina Facebook. Oppure online su Dawanda e su Depop.

qualcosa da dichiarare?
Un gigatentesco grazie a voi di PopCorn per la possibilità che mi avete dato, per raccontarmi attraverso domande stimolanti e piene di spunti.

 

 Info: Nami

ES’TI: maglieria Made in Italy

di Samantha Lamonaca

Torniamo negli anni ’50, immaginate un’azienda di famiglia che lavora sodo e crede nei sogni. Immaginate i figli di quella famiglia, cresciuti e formati in un ambiente che è sempre andato al passo con i tempi e con le tradizioni. Così prende vita ES’TI, un brand di maglieria nato nel 2015, creato dalla più giovane generazione di designer che, oggi, riesce a mescolare bene ciò che è contemporaneo con ciò che è stato il nostro passato.
Caratteristiche? Qualità e innovazione. Le materie prime provengono dalle più importanti fabbriche italiane, mentre la produzione e lo styling sono gestiti da laboratori creativi esterni. Il risultato è un prodotto innovativo, elegante e sofisticato. Mai banale. Vi facciamo curiosare nella prossima collezione invernale; dove il cammello, il crema, il verde e un tocco di nero, esaltano abiti impalpabili e assolutamente cool.

Info: ES’TI

ROUJE, il nuovo brand di Jeanne Damas

di Samantha Lamonaca

Se in Inghilterra c’è Alexa Chung, in Francia c’è Jeanne Damas: chic senza sforzi, almeno apparentemente; bella e con il broncio sexy, forse un po’ studiato; ma con uno stile semplice e femminile che la rende unica. Il segreto? Nei dettagli: un bel rossetto, scarpe magnifiche e niente reggiseno. Va beh, non è un caso che stilisti come Roger Vivier l’hanno voluta come volto ufficiale. Oggi, oltre a seguire le sue passioni (fotografia, teatro) e a convivere con l’etichetta da it-girl, Jeanne presenta un brand tutto suo: ROUJE, creato a sua immagine e somiglianza, che riflette una raffinata sobrietà. Nasce così una linea di abiti; t-shirt; giacche in suede; minigonne in jeans; scamiciati e bluse in seta; pensate per sentirsi belle, pratiche e allo stesso tempo affascinanti, con uno stile spontaneo e slegato dalle logiche fashioniste. Prezzi abbordabili, a noi piacciono! Che ne dite?

Info: Rouje

I nuovi talenti della design week… #fuorisalone parte 2

di Samantha Lamonaca 

E anche questo Fuorisalone2016 è andato. La Design Week milanese è meravigliosa, personalmente sono innamorata di questa settimana in cui la città si presenta pronta, piena di stimoli e nuove idee. Milano si ritrova a lanciare sfide, senza neanche accorgersene; poi concorsi; eventi; serate all’aperto; sogni; speranze e per una volta all’anno, ma per davvero, una manifestazione è fatta dalla città per la città, aprendosi a tutti: addetti ai lavori; curiosi e famiglie. Come ci si può lamentare? Trovatemi un solo difetto. Sì, lo so che il caos non piace a nessuno ma basta sapersi organizzare, non seguire la massa, farsi guidare dalla curiosità per riscoprire una città che è sempre lì, a nostra disposizione. Ma cosa ci portiamo a casa da questi sette giorni intensi? Innanzitutto nuovi nomi:

  • Lo studio PIUARCH che ha messo in scena l’orto cinetico, ovvero un’installazione realizzata grazie all’estro dell’artista venezuelano Carlos Cruz-Diez. Essenze botaniche e giochi cromatici, rendono suggestivo un cortile sui tetti, in via Palermo, nel cuore pulsante di Brera. Studio creativo da tenere a mente.
  • L’atelier WAXMAX uno spazio intimo, aperto due giorni a settimana tutto l’anno, gestito da Elena Vida, architetto milanese di origini armene, ideatrice del progetto e responsabile dell’immagine e della comunicazione, e Andrea Folgosa, stilista catalana che vive a Milano. Qui trovate l’essenza dell’Africa nei suoi tessuti più belli e colorati, reinterpretati per dare vita a collezioni contemporanee di abiti puliti e grafici in contrapposizione con le fantasie proposte. E poi, cuscini, ombrelli, borse, porta iPad, tovaglie. Ecco un nuovo indirizzo per lo shopping!
  • La FONDAZIONE PORTALUPPI al numero 65 di Corso Magenta, dove è stato possibile visitare l’appartamento di Piero Portaluppi, architetto milanese da cui prendere ispirazione, per poi immergersi nel gioiello della zona: la Vigna di Leonardo, aperta al pubblico tutto l’anno ma con un ingresso a pagamento. Se non avete fatto in tempo durante il Fuorisalone, ne vale sicuramente la pena. Da non perdere in una domenica di primavera.
  • La bellezza di PALAZZO LITTA e la mostra Belgian Matters, dove tredici designer sono stati chiamati per realizzare prototipi e prodotti fuori dagli schemi. Ci hanno ispirato, quindi ci sono riusciti!
  • Le CASALINGHE DI TOKYO collettivo guidato da Alice Schillaci, classe 1988, che per lavoro fa la fotografa di moda. Nel suo progetto l’unico scopo è trovare la bellezza negli oggetti di uso quotidiano. Quest’anno per la design week ha presentato Trame Italiane nell’eclettico spazio di Wait and See, un’edizione limitata di venti piccole tovagliette americane interamente ricamate a mano, raffiguranti le illustrazioni di Arianna Vairo liberamente ispirate alle favole di Italo Calvino.
  • PALOROSA  brand appena nato, dall’idea della designer Cecilia Pirani, che promuovere la manodopera e l’artigianalità, creando un progetto nuovo legato al Guatemala e all’America Latina con una borsa tipicamente usata dalle donne locali e ripensata per un uso contemporaneo: una tote bag da passeggio ma anche accessorio per la casa. Bellissima.
  • Le lampade di NOBEL TRUONG designer con sede a Los Angeles con cui abbiamo fatto quattro chiacchiere e abbiamo capito che la sua ispirazione è una fusione contemporanea dell’architettura Bauhaus e lo spirito Memphis. L’importante è che il risultato risponda a requisiti come leggerezza, trasparenza, bellezza del design e totale razionalità.

Il Fuorisalone è un ‘occasione rara per incontrare designer e parlarci, capire come hanno dato vita ai loro progetti, come hanno sconfitto le loro paure, per poi spiare nuove idee, buttare gli occhi nei cortili delle case milanesi, sempre chiuse e blindate, ma accoglienti e aperte per l’occasione; è l’opportunità di passeggiare con gli occhi all’insù e portarsi a casa nuovi contatti da condividere con cui far nascere nuove storie. Arrivederci Design Week, anche quest’anno ci hai regalato tanto!

Che faccia hanno i designer? #fuorisalone parte 1

di Samantha Lamonaca

Noi, sì!!! Ed è per questo che siamo andati a conoscerli all’esibizione LADIES&GENTLEMAN curata da PS e Secondome, in collaborazione con il distretto 5VIE, dove una storica casa milanese, un po’ decadente ma totalmente affascinante, è stata riaperta per far spazio a nomi nuovi, giovani ed emergenti. Ogni stanza accoglie un designer o un artigiano. Il minimo comun denominatore è il passato che si allinea perfettamente con il presente, inteso come punto di partenza per il futuro. La casa è allestita con le creazioni eclettiche del duo francese Hervet Manufacturier che presentano collezioni di mobili, skate, yo-yo il cui stile fa pensare all’hip hop old school e il presente più moderno. Stupendo il videogioco in ebano con dettagli futuristici. Siamo stati colpiti dalla creatività e dall’energia della collaborazione tra i bravissimi e già noti Servomuto e .TO.DO che ripropongono sedie, panchine e lampade coloratissime in stile esotico ed elegante. Bravi! Interessanti anche i lavori di BottegaNove, neonata azienda di mosaici in ceramica con cui Christian Pegoraro e Cristina Celestino creano lavorazioni artistiche delicate. Belle, che ne vuoi subito una, le tele acriliche di Tommaso Fantoni, che trasporta architetture tridimensionali in tele bidimensionali. Affascinante come le ragazze di Studiopepe raccontano il blu e tutti i suoi significati, racchiudendoli in una collezione di oggetti. Studio Henzel traduce in tappeto la pittura con collaborazioni internazionali con artisti come Richard Prince e Leo Gabin. Imponenti i tavoli in marmo nero e grigio realizzati da Frédéric Louis Fourrichon con l’aiuto di Speranza Fratelli. Non siamo esperti di design, ma questi oggetti; colori; mobili e accostamenti; ci hanno emozionato. E non fa proprio questo il design, quando incontra l’arte e la passione? Emoziona.

Ladies&Gentleman – via Cesare Correnti, 14 Milano (fino al 17 aprile 2016)

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Bellagio, sul Lago di Como

di Samantha Lamonaca 

ph. Alessandro Nicosia

Bellagio è un piccolo comune della provincia di Como, è famoso per la sua pittoresca posizione proprio sulla ramificazione del Lago con le Alpi ben visibili a nord. Dista poco più di un’oretta da Milano ed è una destinazione molto romantica se desiderate concedervi una fuga e staccare la spina dalla città. Abbiamo soggiornato al Borgo le Terrazze, un resort che gode di una vista mozzafiato, camere stupende e personale con cortesia d’altri tempi; unica pecca, se proprio la vogliamo trovare, la colazione: ha un costo extra un po’ elevato, questo ci ha spinti a farla direttamente in paese, al bar Sanremo, proprio in riva al Lago. Dopo caffè e cappuccino è il momento giusto per esplorare scalinate e vicoli che caratterizzano questa località, che si presenta bella, perché rimasta semplice e intatta. Verso ora di pranzo il lungolago si popola e i bar anche, i negozietti aspettano i turisti ed è questo il momento per godersi la Torre delle Arti, qui ogni settimana mostre ed esibizioni, spesso ad ingresso gratuito. “I cent’anni di storia della Vela Lariana” ci ha accolti in un percorso espositivo composto da fotografie antiche, manifesti vintage e modellini di barche a vela; se non volete perdervi i prossimi eventi vi consigliamo di consultare qui e non ve ne sfuggirà una. Se invece siete più avventurieri potete scegliere se saltare sul primo traghetto e immergervi in un tour naturale oppure fare lunghe e tranquille passeggiate nei Giardini di Villa Melzi o, ma solo per professionisti, salire fino al santuario della Madonna del Ghisallo (raggiungibile anche in macchina o moto) all’interno troverete veri cimeli storici del ciclismo. Per cena vi consigliamo il ristorante Bilacus, scegliete un tavolo sotto il pergolato di gelsomini, l’atmosfera è bellissima. Non spaventatevi quando aprirete la carta dei vini, andate direttamente alle ultime pagine in modo da scegliere la bottiglia più adatta a voi e al vostro portafogli. In cucina la tradizione italiana con piatti semplici e gustosi. Non ci resta che fare cin cin!

Info: Bellagio

Borgo le Terrazze (se volete soggiornare qui, abbiamo per voi una piccola sorpresa: mandate una mail a info@borgoleterrazze.com chiedete della Suite 33 e comunicate il vostro codice sconto “FIDELITY CODE REP16“! Vi verrà applicato un saldo sulla camera. ATTENZIONE: il codice è valido una sola volta).