Psicopiatti: quando dietro al design si nasconde un progetto sociale

di Samantha Lamonaca

ph courtesy Shop Saman 

Shop Saman è una realtà a cui siamo particolarmente legati. Shop Saman non è un semplice negozio che vi consigliamo di andare a vedere, è molto di più. Pensate ad un concept store emozionale che dietro ad ogni oggetto di design, arte o moda proposti al cliente, nasconde una storia spesso unica. Qui, va in scena il “fatto a mano”, un handmade ricercato e d’eccellenza, che mette in circolo progetti no-profit e coinvolge tante realtà sociali. Ne parliamo oggi nel blog perché uno degli ultimi progetti seguiti dallo store, vale la pena di essere conosciuto: si tratta degli Psicopiatti! La storia dietro ad ogni pezzo è davvero interessante. Tutto nasce a NYC dove Sara Ricciardi e Wei Wei Wang, due giovani designer, si incontrano e lavorano insieme, rimanendo entrambi affascinate dall’effetto della ceramica liquida su superfici piatte. Decidono quindi di presentare un progetto all’associazione Stephanus-Werkstäten a Berlino, dove viene usato il lavoro manuale creativo per aiutare le persone disabili. Nasce così il Pancake Project. Infatti la preparazione dei piatti ricorda molto quella dei pancake. Da qui, partono workshop che hanno guidato i pazienti dell’Istituto di Igiene Mentale nel liberare la propria manualità e i loro sentimenti per arrivare alla creazione di piatti incredibili. I ragazzi sono stati stimolati alla creatività e in tutti i lavori viene fuori una personalità unica. Sarà impossibile resistere alle proposte coloratissime e al trionfo di pattern eclettici presenti in negozio.

MONGOL RALLY: più “che la solita gara di auto”, quattro chiacchiere con il team italiano Toucan ToKhan

di Samantha Lamonaca

ph. courtesy Toucan ToKhan 

Avete mai sentito parlare del Mongol Rally? Nemmeno io, fino a quando ho incontrato Francesco che mi ha aperto gli occhi su questa bizzarra e interessante iniziativa. Vi spiego: si tratta di un rally non competitivo, un’iniziativa benefica e avventurosa, che prevede di partire da Londra e arrivare in Mongolia con un veicolo “che una persona di buonsenso non utilizzerebbe nemmeno per andare fino a Bergamo” (ndr). Allo stesso tempo per poter partecipare, bisogna raccogliere almeno 1000£ da donare a due ONG diverse. Infatti dal 2004 ogni anno, viaggiano per 16.000 km, circa duecento/trecento team che attraversano montagne, deserti e steppe tra l’Europa e l’Asia. No backup, no supporto e un percorso liberamente scelto da ogni equipaggio. Francesco, insieme a Stefano, Gaia e Martina fanno parte del team Toucan ToKhan, una sorta di “squadra Italiana” che prenderà parte a questa incredibile esperienza…

chi siete e da dove venite?

Siamo quattro amici. Fotografi freelance, proveniamo da zone diverse: Milano, Cinisello Balsamo, Brescia e Piacenza; ma viviamo tutti a Milano da anni.

vi conoscete da tanto tempo?

Ci siamo conosciuti 4 anni fa, frequentando il corso biennale all’Istituto Italiano di Fotografia. Lì, abbiamo vinto una borsa di studio che ci ha permesso di frequentare il corso lavorando anche all’interno della struttura. Così, lavorando e studiando insieme, 24 ore al giorno, sette giorni su sette, abbiamo superato ogni barriera di pudore e sopportazione e oggi sappiamo di essere il gruppo di amici giusto per intraprendere questa (dis)avventura insieme.

da dove arriva l’idea di questo viaggio all’avventura?

Forse la verità è che ci annoiamo facilmente, ci piace ritrovarci spesso e volentieri in situazioni assurde e fuori luogo. Questo è il genere di avventura che mette tutti d’accordo nel guardarci negli occhi dicendoci: e perché no?

che macchina avete scelto?

Una Opel Ascona del 1985 e abbiamo già raccolto quasi 1500€ per IoNonCrollo, un’associazione che opera a Camerino, un comune marchigiano colpito dai terremoti del 2016. L’altra ONG viene scelta da The Adventurists gli “organizzatori” del progetto, che ogni anno collaborano con CoolEarth, che protegge le foreste pluviali in tre continenti diversi.

da dove parte il vostro viaggio e dove pensate di arrivare?

Il rally è strutturato per avere meno punti forzati possibili. Quindi la partenza sarà dall’autodromo di Goodwood, a sud di Londra, poi ci sarà un checkpoint a Praga e uno sul Mar Nero in Romania. Nonostante il traguardo simbolico rimanga Ulaanbaatar, la capitale della Mongolia, da due anni il traguardo vero si trova a Ulan Ude, in Russia nella regione della Siberia. Questo per motivi di dazi doganali sulle auto che in Mongolia sono ormai altissimi.
Lì il traguardo rimarrà aperto per quasi due mesi e lo staff di The Adventurists si prenderà finalmente cura dei partecipanti facendo quello che sanno fare meglio: organizzare una festa di arrivo ogni sabato sera.

per quando è prevista la partenza?

Per il 16 luglio dall’Inghilterra. Lì al circuito campeggeranno tutti gli equipaggi e ci sarà una grande festa. Già scommettiamo che qualche team non si risveglierà in tempo per il lancio.

in quanto tempo prevedete di portare a termine il progetto?

Secondo i nostri calcoli, per attraversare i 21 stati e percorrere i 16000 km previsti, dovremmo impiegare circa quaranta giorni, ed arrivare quindi all’inizio di settembre a Ulan Ude.

come vi finanziate?

Ogni anno da qualche parte nel mondo un gruppo di ragazzi sprovveduti inizia a mandare mail a tutte le aziende nella speranza di ricevere sponsor. Anche noi siamo in questa fase, e un po’ sfruttando i nostri contatti, un po’ non avendo timore di presentarci alle aziende, siamo alla ricerca di sponsor tecnici ed economici che rendano possibile questa impresa.

Inoltre abbiamo aperto non uno, ma tre crowdfunding su internet: uno per tutto il nostro viaggio; uno per la raccolta fondi per IoNonCrollo; e uno per quella di CoolEarth.
Su questi crowdfunding è possibile sostenerci e ricevere dei ringraziamenti da parte nostra, come t-shirt, cartoline spedite durante il viaggio, il libro fotografico che editeremo alla fine del viaggio e per i più generosi la possibilità di stampare un cartonato 1:1 di loro stessi che ci porteremo in giro per il mondo.

addirittura?

E non è finita qui! Abbiamo in programma di partecipare a mercatini (in primis appunto al vostro PopCorn Garage market di sabato 27!), organizzare eventi e far parte della parata del Pride di quest’anno. E non ti abbiamo detto ancora la parte migliore: per ricavare più fondi, da mesi, abbiamo chiesto ad amici e conoscenti di donarci tutti i vestiti e gli oggetti che non usano più, per poi rivenderli al mercatino di Piazzale Cuoco. Giusto perché non ci piace farci mancare nulla sul fronte delle disavventure, puoi immaginarti…

avrete messo da parte qualche soldo per questa iniziativa, o no?

No, abbiamo iniziato anticipando le prime spese. Per il resto abbiamo un preventivo di spesa che abbiamo in programma di coprire pian piano trovando sponsor e raccogliendo fondi.

cosa sperate di trovare?

Basta dare un’occhiata al sito del Mongol Rally per capire cosa cerca chi iscrive ad un progetto del genere. L’idea è quella di staccarsi dall’idea di viaggio tradizionale: trovarsi spesso scomodi, in difficoltà, senza garanzie. E usare queste situazioni non per lamentarsene, ma per conoscere meglio il paese che si sta attraversando e conoscere meglio anche se stessi. Sforzarsi di cercare delle persone di altre culture quando saremo in difficoltà, chiedendo loro aiuto in una lingua non nostra, sarà la norma e speriamo porti a delle esperienze che dimenticheremo difficilmente.

paure?
La nostra paura più grande è trovare una sfida che potrebbe essere più grande di noi. Siamo pronti a tanto, ma quando guardiamo la nostra auto o quando leggiamo le situazioni di certi paesi che attraverseremo, a volte ci sfiora il pensiero che potremmo trovarci nella condizione di non poter terminare il viaggio come invece ci siamo immaginati. Ma d’altro canto questo è lo spirito del Mongol Rally: If nothing goes wrong, everything has gone wrong.

perché un investitore dovrebbe aiutarvi nel vostro progetto?

A questa domanda non possiamo che darti una risposta semplicissima: perché è una bellissima iniziativa che oltretutto ha anche una finalità benefica. A volte ci chiedono se cerchiamo persone che ci vogliano pagare una vacanza. Ma questo è molto più di un road-trip estivo. Le spese che fronteggiamo sono grosse e nonostante questo ci siamo prefissati di dare una cifra più alta di quanto richiesto a IoNonCrollo, una realtà associativa che abbiamo conosciuto di persona, per assicurarci che i soldi a loro devoluti siano ben utilizzati. Per loro abbiamo già raggiunto il triplo della cifra richiesta dal Rally e abbiamo intenzione di proseguire raccogliendo il massimo. Così chi ci sostiene, non solo rende possibile l’arrivo in Mongolia, con un’auto da rottamare, ma rende concreti tutti gli sforzi che abbiamo fatto per aiutare le OGN a realizzare i loro progetti: sia che si tratti di salvaguardare le foreste pluviali, sia essere di supporto ad una popolazione che da un giorno all’altro si è trovata senza casa e persino senza la propria città. Ci piace pensare che chi ci aiuta, ci stia incoraggiando ad utilizzare le nostre risorse, di tempo, di denaro e di energie per aiutare gli altri.

cosa può fare un presunto finanziatore?
Il modo migliore di sostenerci è donare sulla nostra pagina di crowdfunding che abbiamo aperto sulla piattaforma di Generosity. Per chi invece volesse sostenere direttamente le nostre charities si può direttamente donare qui: IoNonCrollo. E per CoolEarth.
Inoltre per tutti i residenti nella zona di Milano, stiamo organizzando un paio di eventi dove parleremo del nostro viaggio e presenteremo la nostra macchina. (e sì, ci sarà anche dell’alcool ovviamente)

qualcosa da dichiarare?

Seguiteci sui nostri social! Vedrete cosa c’è dietro l’organizzazione di un’avventura di questo tipo. In più avrete foto bellissime per tutta l’estate per non parlare del poter vivere i momenti più imbarazzanti di tutti noi. E per tutti noi intendiamo di Martina. (ride, ndr!)

 

Info: Toucan ToKhan

+2, TANTI AUGURI POPCORN GARAGE MARKET!!!

Oggi, 11 luglio 2016 il PopCorn Garage Market compie due anni!!
Due anni intensi, piene di sfide, cielo bianco e mal di pancia. Ma anche arcobaleni, cielo blu, esperienze e riconoscenze. Due anni in cui noi e voi, insieme, ci abbiamo messo la faccia. Sempre. Due anni che ci hanno regalato numerosi incontri ed infinite realtà.

Il nostro progetto è nato dal basso, senza troppe pretese. Scegliere di utilizzare luoghi di recupero urbano è stata la nostra chiave principale, che ha aperto porte a giornate diverse, in una Milano che, piano piano, vuole cambiare. Usare cuore e testa, per noi, vuol dire guardare oltre i numeri e credere nel voler creare e condividere con energia positiva. Paura e rabbia non ci competono. Questo progetto è il polmone di questo blogazine, è il respiro di chi cerca un contatto, è il cuore che mettiamo in gioco, è una nuova opportunità, è le “maniche rimboccate della camicia”, è poter collaborare con artisti emergenti e adesso anche più noti. Sono stati con noi e ci fa piacere ricordare: i Little Pony, i The Members, i Medulla, Roviemi, NoxNora Bee, Missin Red, VOID, e infine l’immensa Syria, che ha brindato alla nostra rinascita. Abbiamo portato il nostro colore nell’area dell’Ex-Macello, alla Cascina Sant’Ambrogio, nel parco del Circolo Magnolia (è stato un onore poter collaborare insieme! ndr), e oggi, ricominciamo nel cortile, da poco riqualificato, del Giardino delle Culture. Mentre ripercorriamo le esperienze, possiamo anticiparvi che la prossima data è fissata per il 24 settembre, ed insieme daremo vita ad una grande festa!

C’è posta per voi. Auguri #popcorngaragemarket

Info: info@popcornblogazine.com

PLANTULA: il progetto più verde che c’è

di Samantha Lamonaca 

L’uomo non può fare a meno della natura. La natura, però, sì. Ce lo insegna Francesco Vanotti, in arte Plantula. Un progetto di intrecci, storie, scoperte e desideri che sono emersi da una chiacchierata sotto il sole…

Cos’è Plantula?
Plantula è uno studio di progettazione del verde, ma forse è riduttivo e freddo etichettarla in questo modo. Ci occupiamo di piante, questo sì, ma dalle foglie alle radici. Decliniamo il mondo vegetale nei suoi molteplici linguaggi. Plantula è un contenitore di spunti e progetti che gravitano intorno al verde, sempre aperti a collaborazioni e a nuove e balzane idee.

Chi c’è dietro questo progetto?
Ci sono io, Francesco Vanotti, ho una formazione agronomica, ma ora ho difficoltà a definirmi così: ho seguito molti corsi che mi hanno fatto deviare dal campo puramente scientifico a qualcosa di più variegato. Mi interesso di un po’ di tutto e assimilo da ogni esperienza. Mi ritrovo ad essere in sintonia con le stagioni: in autunno si pota e si scrive, in inverno si studia e si progetta, in primavera si semina e si disegna, d’estate si accudisce e si formano nuove idee.

Come ti sei avvicinato al mondo della natura?
Tutto è iniziato nel giardino di mia madre, piccolo ma pieno di angoli e foglie, dove ci si poteva perdere a osservare. Poi i disegni su ceramica di mia nonna: così orientaleggianti e immaginifici. Poi i libri e gli studi, lo sfogliare erbari, le immagini di altri libri. Il passeggiare a zonzo nei boschi, gli orti botanici.

Bellissimo l’erbario presente sul sito, quanto ci hai messo a realizzarlo e che difficoltà hai trovato con lo studio delle piante?
Partiamo dall’idea che non si possono conoscere tutte le piante esistenti in natura, ma ogni anno pazientemente se ne possono imparare alcune, come in una collezione. L’importante è avere pazienza e conoscerle in tutte le loro fasi vegetative. Sono partito dallo studio degli alberi per poi scendere in altezza fino alle piante erbacee, ma ho ancora molto da conoscere. Quando si riesce consiglio di girovagare in un vivaio e fotografare o disegnare. Poco alla volta si possono iniziare a coltivarle e a collezionarle; le mie ultime scoperte sono le piante da interno. Oggi il riconoscimento è molto più semplice rispetto a una decina di anni fa: ci sono applicazioni molto utili (come il Progetto Dryades) e si possono eseguire ricerche su internet per immagini, ma la cosa migliore rimane sempre l’erbario cartaceo disegnato o fotografico.

Quando si parla di giardinaggio cosa ti viene in mente?
Mi vengono in mente due immagini agli antipodi. I giardini dell’infanzia di ognuno di noi, ingarbugliati e sovrastanti, disordinati e forse imperfetti. Luoghi dove perdersi, dove poter mettere mano, dove poter esplorare, sradicare e piantare, aggiungere e togliere. Insomma un luogo libero dove poter ritrovare un proprio stato naturale. L’altra immagine è quella del giardinaggio schematico e vuoto delle villette a schiera, con la siepe di fotinia, il prato all’inglese, l’olivo o l’acero giapponese. Un non-luogo dove non poter fare e dove non poter toccare, un verde plastico, asettico e abiotico. Mi piacerebbe che questo modello venisse eradicato, tramutato, seminato lungo i bordi, piantumato nel mezzo.

Quali sono le basi del vostro giardinaggio?
Innanzitutto penso che nella progettazione di uno spazio si debba tener conto di lasciare delle aree vuote, dove chi vive ogni giorno il giardino possa agire. Un secondo punto fermo nella scelta delle piante è quello di poter mescolare specie per ottenere uno spazio che non sia suddiviso in compartimenti stagni: orto, aromatiche, frutteto. Perché anche i finocchi o i carciofi hanno delle fioriture interessanti.

Prestate molta attenzione anche all’incolto, puoi spiegarci cosa ci trovi?
L’interesse verso l’incolto e le piante spontanee, nasce innanzitutto dall’accorgersi che le piante ci circondano e alle volte ci sovrastano. Camminando in città ci si rende subito conto che le foglie sono ovunque: spighe o viticci spuntano da ogni parte. Una bellezza gratuita, fatta di fioriture e frutti, che ci accompagna ad ogni passo. Accorgersi della presenza di questi ritagli avvia delle riflessioni sul consumo di suolo, sulla cura del territorio, sul riappropriarsi degli spazi. Coltivare una porzione di incolto e arricchire questi angoli di città di nuovi colori scatenerà delle azioni di ricolonizzazione e riattivazione.

Il “giardino inatteso” è un progetto nel progetto, puoi raccontarcelo?
All’inizio del 2015 è iniziato un progetto in collaborazione con Remida (Centro di Riciclaggio Creativo) di Reggio Emilia. Il tema era un’analisi dell’incolto come risorsa e non come scarto. Il percorso esplorativo è iniziato all’interno del complesso abbandonato delle Officicine Meccaniche Reggiane alla ricerca di forme di vita vegetali. Ci siamo accorti che sono numerosissime le specie presenti, di cui è stata stilata una lista. In seguito è stato avviato un viaggio che ci ha dapprima portati a degli incontri con i bambini sul tema delle piante pioniere, con la semina di alcune cassette ‘prêt-à-porter’; per poi approdare a un workshop e a delle passeggiate nell’incolto. Il giardino inatteso è la bellezza dietro l’angolo e la possibilità di crearne uno.

Cosa vuol dire per dei giovani scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Significa avere a cuore e amare il proprio lavoro ed essere in sintonia con i propri pensieri. Ma anche provare sempre qualche nuova strada, gettarsi da un’idea all’altra: da un progetto editoriale, a uno educativo, dal design all’incolto. Vuole dire conoscere cose nuove e nuove tematiche, intrecciare relazioni e farsi sempre contaminare. Penso che si debba essere gentili, condividere esperienze e contatti, lasciare un bel segno.

Cosa ti attrae della natura?
Mi attrae la sua capacità rigenerativa e l’assoluta non necessaria presenza dell’essere umano.

Qualcosa da dichiarare?
Creare luoghi dove perdersi tra le fronde.

Info: Plantula

Atmosphere Future’s Dresses: la moda “atermica” sfila a Bologna

di Cecilia Esposito 

ph. Maxime De Fou

Ebbene, proprio la scorsa settimana, gli studenti del corso hanno presentato al pubblico le loro creazioni. Atmosphere Future’s Dresses è il nome della sfilata che ha messo in vetrina le opere sartoriali degli studenti bolognesi, coordinata dalla professoressa Rossella Piergallini in occasione della Fiera Creamoda. Un nome non casuale, ma ben studiato: l’evento, infatti, voleva sensibilizzare il pubblico sullo sfruttamento energetico della luce  – 2015 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite International Year of Light and Light based on Technologies –, promuovendo i molteplici e svariati utilizzi che ne facciamo durante le nostre giornate. Quale occasione migliore, quindi, di una sfilata che unisce arte e moda per lanciare un appello d’interesse collettivo? Ecco, allora, la suggestiva Aula Magna dell’Accademia di Bologna aprire le sue porte per ospitare l’evento. Ironizzando sulla popolare espressione “non ci sono più le mezze stagioni”, gli studenti del corso hanno realizzato un’unica collezione di trenta pezzi senza limiti climatici: capi impermeabili accompagnano minidress realizzati con teli da bagno, ombrelli luminosi e abiti che ricordano qualche galassia lontana si alternano a capi succinti e maxidress che sembrano usciti da un’opera teatrale. Il mood della collezione attinge a ogni stile: dalla giacca cerata sporty al completo total black da urban ninja, da abiti minimal dal taglio 60s o 90s a capi dai toni pop o, all’estremo opposto, dalle atmosfere dark. Il tutto realizzato con materiali innovativi e originali come led, pvc, trasparenze, perfino pellicola fotograficache hanno arricchito la collezione di effetti suggestivi, enfatizzando la tematica della sfilata. Calate le tenebre, sotto gli occhi degli spettatori, ecco allora sfilare surreali luci a led, capi metallizzati che scintillano nel buio e lampadine piccole come lucciole.

Tra una gonna ampia e un top laminato, la sfilata è stata anche un modo originale e interessante per ricordare, sdrammatizzando, il sempre attuale problema del cambiamento climatico e dello sfruttamento energetico. Perché se è vero che non ci sono più le stagioni di una volta e che dobbiamo affrontare sbalzi meteorologici sempre più evidente, beh, tanto vale vestirci bene!

Trainspotting 2, torna la leggenda (con una sorpresa di Begbie) ma…

di K

Ora, mentre Danny Boyle a Edinburgo sta per iniziare le riprese del seguito di Trainspotting, ad Aprile, Irvine Welsh sarà in libreria con “The blade artist”… udite udite… un romanzo interamente dedicato al mitico Jim Francis alias Begbie, uno dei personaggi principali e più amati della saga. Così ecco che vent’anni dopo il clamoroso successo, Mark Renton & co. tornano a far parlare di loro (se mai hanno smesso). Se di “The blade artist” si sa tutto, giorno di uscita, copertina, trama (Begbie è diventato un pittore e scultore di successo, ma squarci del suo folle e violento passato riaffiorano nel presente, creandogli non pochi problemi), del seguito cinematografico si sa ben poco, per ora non c’è nemmeno il titolo; di certo c’è che  l’uscita è prevista per la primavera del 2017 e che, sotto la regia di Boyle, ci saranno i quattro attori che hanno contribuito a farne una leggenda:
Ewan McGregor (Mark Renton), Robert Carlyle (Begbye), Jonny Lee Miller (Sick boy) e Ewan Bremner (Spud). C’è molta curiosità sulla sceneggiatura affidata, come nel 1996, a John Hodge. Qualcuno asserisce che prenderà spunto da “Porno” di Welsh che è il sequel letterario di Trainspotting, in cui i quattro protagonisti si danno alla produzione di film porno; ma viene spontaneo obiettare che “Porno” è del 2002, e avrebbe poco senso girarne la trasposizione filmica a quattordici anni di distanza. Per di più bisognerà tenere conto anche di ciò che accade a Begbie in “The blade Artist”, altrimenti quale sarebbe il suo motivo di essere? Appresa la notizia dei lavori per “Trainspotting 2” sono rimasto perplesso, ho quasi avuto il rifiuto di crederci, avevo vent’anni quando uscì il film, vissi il mito nel profondo, avevo la locandina appesa in camera, usai la colonna sonora come colonna sonora della mia vita… per me Renton sarà per sempre il 1996! Ma pensandoci bene, nemmeno Renton ha più 20 anni e se è ancora vivo, da qualche parte del mondo, allora sì, voglio sapere come sta lui e come se la passano Begbie, Sick boy, Spud…sarà come incontrare degli amici che hai amato tanto e che non vedi da anni you can try this out.

Caro Danny Boyle, ho enorme fiducia in te, ma tieni presente che hai una responsabilità enorme, qui si sta parlando de La Storia,
e La Storia non va oltraggiata. Quei quattro fammeli ritrovare meravigliosi come li ricordo.
…insomma Boyle, non fare cazzate!

Perfetti Sconosciuti, il film di Genovese

di K

Il virgolettato qui sopra è la frase di Gabriel Marcia Marquez che ha ispirato a Paolo Genovese, il regista, la creazione di “Perfetti sconosciuti“; un film dalle grandi emozioni, in cui sette amici (tre coppie più uno da solo fra cui, senza togliere nulla agli altri attori, Marco Giallini spicca per bravura), durante una cena, organizzano il folle gioco di rendere pubblico il proprio smartphone: ogni sms, email o whatsapp in arrivo sono letti da tutti, ogni telefonata è risposta in vivavoce, così ogni squillo del telefono diventa un sussulto che lo spettatore vive in prima persona, quasi come se fosse uno dei suoi segreti a essere svelato… “pensa se di me si sapesse che…” Un film dalla bella luce, fondato sui dialoghi senza scadere nel banale, che sfiora la forzatura narrativa facendo succedere troppe cose in una sola cena fra amici ma che è giustificata per dar corpo al messaggio che si vuole trasmettere… e il messaggio raggiunge la sua meta: dopo il sorprendente finale di questo film, che sottolinea ancor di più le maschere che si indossano per preservare la propria tranquillità, si guarderà con molto circospetto il proprio smartphone (“la scatola nera della nostra vita”) e, soprattutto, si avrà la certezza che la felicità prevede il gravoso prezzo di dover nascondere al mondo uno o più aspetti della propria vita, o per lo meno prevede di dover accettare che: “Tutti gli esseri umani hanno tre vite: pubblica, privata e segreta” tamiflu over the counter.

Perfetti sconosciuti avrà l’onore di rappresentare l’Italia al Tribeca Film Festival di New York e, siamo certi che, se Robert De Niro possiede uno smartphone non potrò che rimanerne favorevolmente colpito e… premiarlo!

Ridateci LaEffe! Il caso di una Tv per pochi…

di K e Samantha Lamonaca

Con l’avvento definitivo del digitale terrestre (2012) ci avevano promesso un allargamento dell’offerta televisiva di qualità in chiaro. Ammettiamolo però, l’allargamento dell’offerta c’è stato mentre della qualità nessuna traccia, anzi, nonostante sembrasse impossibile, il livello dei programmi televisivi gratuiti è crollato vertiginosamente rispetto anche solo all’inizio del XXI° secolo. Sul TDT le proposte dei canali curiosi (per essere gentili) sono infinite, quando ci si imbatte in essi facendo zapping, la domanda che sarà capitata a tutti di porsi è “ma come diavolo campano questi?” oppure “ma davvero c’è qualcuno che li guarda?”. L’impressione è che si sia voluto fare del digitale la serie B della “pay per view”, di farne l’apripista con canali come DMAX che trasmettono ciò che chi ha pagato, ha già visto molto tempo prima, oppure come CIELO che sono solo un surrogato delle mirabilie che si potrebbero avere aprendo il portafogli. Ma scavando nella terra impervia si trova sempre qualche pepita d’oro che, in TV, sono quelle frequenze che assicurano comunque un ottimo livello culturale e programmi degni di tal nome: RAI 5 e RAI Storia ad esempio, Rai Movie, Iris o anche il programma Gazebo su RAI 3 o quello di Maurizio Crozza su La7, e poi, uno su tutti, LaEffe che… un momento! Che fine ha fatto LaEffe?!?
Siamo spiacenti ma LaEffe si è trasferita su SKY diventando a pagamento.
Per i seguaci del canale Feltrinelli si tratta di un’incomprensibile scelta aziendale, perché solo così si può definire la decisione di passare dall’essere fra i canali migliori gratuiti, se non il migliore, a uno dei tanti a pagamento. I fan del palinsesto, non hanno mancato di far pervenire il proprio sdegno scrivendo sulle pagine dei social network dell’emittente. Al di là dei perché e dei per come, dei motivi strategici o finanziari che non è questa la sede per analizzarli, resta il gusto amaro di assistere all’ulteriore impoverimento culturale della televisione accessibile a tutti, con sempre meno fruibilità di programmi di qualità, abbandonando i telespettatori in balia di una televisione dai contenuti e dalle proposte sempre più di seconda scelta che continua a propinare mediocrità travestita da qualità. La cultura è davvero per ricchi? Questo episodio ce lo fa pensare. Un canale divulgativo dovrebbe essere alla portata di tutti, dovrebbe svegliarci da quel torpore vegetativo in cui siamo finiti, dovrebbe liberarci dal vedere sempre lo stesso concetto di tv, con cui ci hanno drogati fino ad oggi. Un canale divulgativo di qualità deve stupirci, emozionarci, incuriosirci, convincerci. LaEffe lo faceva, e lo faceva bene e grazie a questa scelta ci è stato servito un motivo in più per guardare meno la televisione e per esempio: leggere più libri; uscire di casa e fare nuove conoscenze; parlare con le persone con cui si vive; guardare il cielo; fare progetti di un mondo migliore; insomma vivere.

P.S. se nel frattempo ci ripensate, ci rimettiamo volentieri sul divano per qualche ora!!!

Info: LaEffe

Perché Sanremo è Sanremo

di Samantha Lamonaca

Quando ripenso a Sanremo ho ricordi sconnessi e un po’ sbiaditi. Non sono mai stata una grande fan del Festival della Canzone Italiana ma da oggi, forse, sì. Ricordo che avevo circa tredici anni e sentivo i miei genitori parlare dei meravigliosi fiori che ornavano l’imponente scenografia del palcoscenico; ogni anno in casa mia si iniziava a parlare di Sanremo e dei suoi fiori ancora prima di giudicare i cantanti e le loro canzoni. Poi, con gli anni, sono scomparsi i fiori (ma perché?) e anche i commenti e le serate in famiglia a seguire la kermesse. Così mi sono creata una sorta di hard-disk personale e mentale, composto da immagini disposte a caso, che mi fanno ripensare a Pippo Baudo; alla disperazione di Marco Masini; a Milly Carlucci e i suoi infiniti capelli color miele; al mistero di Enrico Ruggeri; a Laura Pausini che vinse tra i giovani con la solitudine e un taglio di capelli così anni novanta; a Pippo Baudo; a Claudia Koll (che fine ha fatto?!); a vorrei incontrarti fra cent’anni; al salvataggio di Pippo Baudo (sì, lui c’è sempre); ai Neri per caso (ma che davvero?); a Syria; a fiumi di parole; a Raimondo Vianello che ci prova con Eva Herzigova; al rossetto rosso sui denti di Laetitia Casta; a Gianni Morandi (ma è sempre uguale!); a Benigni che bacia e strapazza il signor Baudo; al finto o vero suicidio improvvisato sugli spalti dai disoccupati di Napoli e Caserta; all’imbarazzo di Crozza; a Concita Wurst (quella barba proprio no!); alla splendida Chiara in un abito giallo di Stella McCartney… fino a ieri sera; ad un trio che non mi ha fatto mica ridere; insomma la lista potrebbe risultare infinita. Oggi Sanremo è, per me, un ritrovo per stare insieme davanti alla televisione, un momento da passare con la famiglia (qualunque essa sia, bella l’idea dei nastri arcobaleno, e per chi avesse ancora da ridire dico questo: “guardate che non siamo più nell’era di Grazie dei fior”; il mondo si evolve e con esso anche le persone e i diritti!); Sanremo è un momento di dibattito folcloristico, all’italiana, che mi piace e piace a tutti; perché anche chi non lo guarda si ritrova a parlarne. Non può farne a meno, non resiste. Quindi chi se ne importa se diventa noioso, i look sono orrendi, e la Rai riesce a raggiungere l’audience, meglio un Sanremo in più oggi che un Grande Fratello domani. Cosa c’entra? Pensateci voi! L’importante è che se ne parli e pare che il famoso Festival, giusto alla  66° edizione, ci riesce più che bene.

Perché Sanremo è Sanremo…

Info: Sanremo 2016

 

Metti una sera con Giovanni Raspini, i suoi gioielli e i suoi disegni

di Samantha Lamonaca

La sobrietà non è un aggettivo conosciuto in casa Raspini, ma l’eleganza e la creatività, sì, lo sono. Ieri sera siamo stati all’inaugurazione della mostra WILD: Segni e gioielli animalier. Trenta tavole esposte in una sala altrettanto elegante di Palazzo Serbelloni, a Milano, trenta tavole che esprimono in disegni e pitture le collezioni e le idee creative dell’argentiere toscano. Un libro degli schizzi, un album dove si sovrappongono idee, progetti, colori ma anche materia, fotografia e appunti. Un omaggio sincero alla libertà e all’immaginazione di Giovanni Raspini. La mostra apre oggi al pubblico, e si potrà visitare gratuitamente fino al 5 febbraio 2016. Quello che più si nota sono le riflessioni dell’artista, impresse su carta, che diventano progetti e infine gioielli. Altre volte, invece, queste riflessioni rimangono lì, come uno schizzo che testimonia un momento o un’idea. Ecco come nascono le collezioni di questo brand lussuoso con il cuore toscano ma con un’anima che, da quasi cinquant’anni, ricerca uno stile puramente personale, eccentrico e forte.

Info: Giovanni Raspini

29 gennaio – 5 febbraio dalle ore 10.00 alle ore 18.00;
Palazzo Serbelloni, Corso Venezia 16