Recycling Boards: dagli skate usati al design

di Samantha Lamonaca 

ph Alessandro Nicosia 

Credere nei nuovi talenti, per noi, vuol dire tutto. Per farlo servono passione, occhio lungo, mente aperta e appeal alla Pippo Baudo (questa non è così sottile ndr). Credere nei nuovi talenti è dare un’opportunità a chi fa cose e le fa bene. Le “nostre” scoperte finiscono spesso e volentieri al #popcorngaragemarket ed è la parte che ci piace di più. Ma ve l’avevamo già detto, vero?! Allora immaginate tre amici, d’infanzia, immaginate che la somma della loro età è uguale ad un uomo che spera di avvicinarsi alla pensione, ed immaginate tante idee messe assieme che arrivano inaspettatamente ad un risultato concreto. I soggetti in questione si chiamano: Marco, Alessio e Riccardo aka Recycling Boards. La loro idea è quella di ridurre al minimo gli sprechi e rimettere a nuovo skateboards usurati, allungandone la vita; quando invece questo non è possibile, trasformare le tavole in opere artistiche e oggetti di design. La materia prima è il legno, declinato in ogni sua forma, scomposto, lavorato e riproposto come massima espressione della creatività.

quando avete iniziato?

R: una vita fa, andavamo a scuola e non avevamo troppi soldi da spendere per comprare tavole nuove su cui skateare, poi nel 2013 abbiamo deciso di provarci davvero.

le tavole sono care?

A: le tavole costavano e costano troppo. Un ragazzino di 15 anni per mantenersene una, deve per forza contare sull’aiuto dei genitori. Le nostre famiglie, grandi sostenitrici, preferivano vederci sui libri che su una tavola di legno al parchetto.

avete unito presto l’utile al dilettevole…

M: sì, quando non si hanno i mezzi ma vuoi fare una cosa, ci si inventa di tutto. Abbiamo iniziato in casa, un po’ per gioco e un po’ per necessità, appunto. Usciti da scuola l’appuntamento era nelle nostre cucine, salotti o garage e con gli attrezzi presi in prestito da nonni e padri, provavamo a mettere mano su ciò che ci affascinava ed incuriosiva di più.

dalla cantina al laboratorio, il passo è stato breve?

A: no, tutt’altro! Ci sono voluti due anni, intensi, ed infinite ricerche. Poi, la fortuna: aver ereditato un laboratorio dove far diventare reali le nostre idee e dividerci, in modo equo, tutti i compiti.

chi fa cosa?

R: bisogna tenere a mente che il lavoro parte sempre dalle tavole distrutte. La gente che non se ne intende se ne dimentica. Le tavole sono incollate su sette strati e il legno, in questo stato, è molto difficile da lavorare, quindi comunque ci aiutiamo a vicenda. Sempre. Tutti fanno tutto. Ma se vogliamo darci una “definizione”, Marco è l’esperto dei bijoux, e della precisione; Alessio della praticità, poche storie e molto lavoro; io, invece, cerco di curare l’immagine e la comunicazione.

come vi fate conoscere?

M: indubbiamente i social ci danno una mano a 360 gradi. Poi ci piace partecipare ai mercatini dove abbiamo un riscontro immediato con il cliente. A volte presenziamo ad eventi di settore, ma giochiamo in casa.

un ricordo?

R: ne abbiamo tanti, nel 2015 abbiamo partecipato a Fa’ la cosa giusta, ci siamo letteralmente buttati e questo ci è servito per crescere, ma col senno di poi l’investimento è stato grande, difficile da recuperare per piccoli artigiani come noi.

progetti futuri?

A: nuove collaborazioni, ma non possiamo dirvi di più.

scaramantici?

M: no, ma ci teniamo a svelarci poco alla volta. La strada è ancora molto lunga.

cosa consigliate a chi vuole iniziare un progetto in autonomia?

A: di crederci sempre, sembrerà banale ma è così. Volere è potere!

qualcosa da dichiarare?

M: un aiuto reale dalle istituzioni, per tutti i giovani che si impegnano su progetti sostenibili. Vorremmo essere più agevolati socialmente.

 

Info: Recycling Boards

d I DEA: quando un gioiello è anche un portafortuna, un amuleto, un…

di Samantha Lamonaca

Oggi vi portiamo in un laboratorio della capitale, vi presentiamo piccole e minuziose mani creative, quelle che lavoro ogni giorno i gioielli d I DEA, ispirati dal mito della dea Diana

d I DEA, da dove arriva questo nome e come mai la scelta di creare gioielli fatti a mano?

d I DEA, della dea o dell’idea. Tutto nasce qui, dal desiderio di un’idea nuova che si appenda al collo. Un amuleto, un portafortuna dove oltre all’argento si sciolga il ricordo del mito della dea Diana. Ogni gioiello è lavorato da mani esperte che in un piccolo laboratorio trasmettono amore ad ogni pezzo in produzione. Tutti i pezzi sono in argento 925 e possibili di differenti finiture galvaniche come bagni d’oro giallo e rosa, oppure trattamenti speciali come brunitura e sabbiatura. Il “fatto a mano” ci piace! Ci consente di personalizzare l’oggetto con l’incisione di un ricordo o di un pensiero scritto e di soddisfare ogni personale richiesta.

Quando avete iniziato e perché?

Il progetto è giovane, nasce nel luglio 2016. Volevamo che le nostre creazioni raccontassero una storia che conosciamo bene, che in ognuna si fondesse una luna crescente ed una freccia acuminata, simbologia cara alla dea Diana. La dea infatti aveva sulla fronte una luna, che regolava la crescita e l’evolversi di nuovi eventi, era gemella di Apollo dio del sole ed anche protettrice delle partorienti. Sulle sue spalle una faretra d’argento era colma di frecce; per noi la freccia è il mirare ad obiettivi ambiziosi e raggiungerli.

Come vi fate conoscere?

Un amuleto chiama l’altro, quando non riesci più a toglierlo dal collo diventa tuo, e acquista una vibrazione rara che gli altri percepiscono. Questo legame personale e personalizzato viene raccontato sulle pagine social di Instagram e Facebook, dove teniamo aggiornate le appassionate su tutto quello che è in arrivo.

Il pezzo più importante?

L’amuleto. Perché ha dato vita ad una capsule di gioielli, dove la luna e la freccia interagiscono in modo nuovo.

Da dove arriva l’ispirazione? Ci potete raccontare il processo creativo?

Il processo creativo è spontaneo e improvviso, nella testa i gioielli si sono disegnati tutti uno dopo l’altro.
Agròtis è il nostro lobopiercing, lui trafigge il lobo e la luna che cresce, Locheia e Kinegòs i nostri anelli, che stretti abbracciano le dita, infondendo loro coraggio, l’ultimo, Drumonia il bracciale che ruota intorno al polso diventando un’arma gentile.

Cosa vuol dire scommettere su un’idea e lanciare un progetto in autonomia?

Siamo sicuri che un’idea concreta con una buona struttura sia apprezzata, se poi raccontata appassionatamente è destinata ad entrare nei cuori. I nostri gioielli, tutti, hanno una fortissima concentrazione di energia buona. Sono immersi nelle acque del lago di Nemi, rinominato appunto lo specchio di Diana, sulle cui pendici i romani si dedicavano al culto della dea. Le rovine del tempio di Diana sono una costruzione mistica e crediamo che ogni singolo gioiello conservi questo fremito oltretempo.

Il gioiello è…

Il gioiello è un oggetto “prezioso”, qualcosa che rimane stretto ad un ricordo, che diventa portafortuna speciale dove ognuno ripone un pensiero segreto o un desiderio nascosto.

Un consiglio per chi vuole iniziare?

L’entusiasmo non deve mai mancare, la passione incendia le idee creandone di nuove.

Progetti futuri?

Possiamo rivelarvi che il primo amuleto si fermerà a 70 pz. La sua evoluzione sarà un secondo prezioso oggetto una “lùnula” d I DEA. Il nuovo ciondolo è denso di significati, anche apotropaici presi in prestito dall’epoca romana. Sarà uno spicchio lunare che ricorda un ferro di cavallo rovesciato. Una freccia snodata e pendente farà rumore dondolando e ricordandoci che l’amuleto è legato al nostro collo e lì lui vuole restare.

Qualcosa da dichiarare?

Teniamo molto a ringraziarvi delle buone chiacchiere scambiate e dell’opportunità di farci conoscere un poco più lontano del nostro naso! Il vostro blog fa un lavoro scoppiettante… siamo lieti di essere oggi vostri ospiti! E ovviamente vi aspettiamo, sulle nostre pagine Facebook “Di DEA” e Instagram “amuleto_didea“!

CORTILE68: quando più creativi s’incontrano

di Samantha Lamonaca 

ph. PopCornBlogazine 

Immaginate un cortile tipo “vecchia Milano“; immaginate tre makers che sprigionano energia positiva; aggiungeteci tanta voglia di fare e un cassetto pieno di sogni: così nasce Cortile68, un laboratorio handmade dove Marta, Giulia e Lorenzo uniscono le loro idee e si fanno forza a vicenda per realizzare i propri progetti, rispettivamente A mala de cartão, Karibu Bijoux, Woollo. Siamo andati a trovarli e abbiamo passato con loro un pomeriggio, tra bicchieri d’acqua e tante chiacchiere, abbiamo capito insieme come oggi, se lo si vuole davvero, ci si reinventa.

dove vi siete conosciuti? 

Marta: Tra un #popcorngaragemarket e le Pulci Pettinate, circa un anno e mezzo fa, è stata la prima volta in cui abbiamo incrociato e condiviso le nostre esperienze.

quando avete deciso di dare vita a Cortile68 e com’è nata l’idea?

Giulia: Prima dell’estate, stanchi di lavorare in scantinati o nel salotto di casa, abbiamo pensato ad un posto nuovo e funzionale, dove poter mettere in pratica le nostre idee e staccare la spina quando serve. Tutto è nato dalla necessità di investire su quello che facciamo, per migliorarci e creare ogni giorno di più.

quanto è stato difficile iniziare?

Lorenzo: in realtà neanche troppo, nel mio caso, è successo tutto un po’ per caso e per passione. Ma anche per curiosità. Nella vita faccio il grafico ma avevo bisogno di dedicarmi a qualcosa di manuale a contatto con la materia prima. Da lì è partito tutto, se uno vuole lo fa!

come vi fate conoscere?

M: in un mondo iper-tecnlogico come quello di oggi, sfruttiamo l’onda del momento e dedichiamo una parte del nostro lavoro alla cura dei social, per “rimbalzare” in più computer, in più telefoni, in più case; ma anche tramite mercatini ed eventi vari, dove abbiamo un contatto diretto con il pubblico.

cosa vuol dire scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia? 

M: vuol dire avere il coraggio di buttarsi. Mettere in conto che si può fallire ma impegnarsi per fare in modo che non succeda.

G: anche seguire i propri desideri, i propri sogni. Dopo una laurea in Scienze Politiche ho scoperto una vocazione artigiana, maturata con il tempo e con persone a me care, poi, l’impellente bisogno di creare in autonomia senza pensarci troppo.

un consiglio per chi vuole iniziare? 

L: Umiltà. Bisogna essere sempre rispettosi nei confronti di chi fa questo lavoro da una vita, e cercare di imparare dai consigli che i “più esperti” suggeriscono.

un segreto?

M: alimentare il carburante che fa andare avanti le cose, con passione e correttezza. Svegliarsi la mattina ed essere felici di poter realizzare quello che fino a ieri era solo un pensiero. Ringraziare sempre. Essere gentili.

progetti futuri?

G: questo weekend (12-13 novembre) apriremo le porte del nostro laboratorio a tutti quelli che vogliono venire a toccare con mano i nostri prodotti. Il 26 novembre saremo al Popcorn Garage Market e il 4 dicembre in collaborazione con il locale Frida di Milano, diamo vita ad un mercatino di artigiani. Nell’anno nuovo, invece, ci piacerebbe organizzare workshop con più creativi.

qualcosa da dichiarare?

L: Venite a trovarci!

 

Info: Cortile68

Annakiki: un concentrato di colore si fa strada nel mondo della moda

di Samantha Lamonaca 

Arriva dalla Cina, ma del “Made in China” ha ben poco. Anna Yang, giovane designer con alle spalle una famiglia di sarti, mastica moda e arte fin da bambina. L’indipendenza bussa presto alla porta dei suoi desideri, fino alla realizzazione di un brand personale: Annakiki. La strada è lunga ma i buoni propositi prendo forma, per settembre 2016, sarà presente all’interno della settimana della moda, nel calendario ufficiale e porterà in Italia tante novità. Intanto ci abbiamo fatto quattro chiacchiere per farvela conoscere…

quando e come è nata Annakiki?
La moda e’ sempre stato un “affare di famiglia”. I miei genitori erano degli artigiani tessili e sono cresciuta osservandoli, imparando giorno dopo giorno le caratteristiche e la lavorazione dei tessuti. Ho realizzato la mia prima gonna ad otto anni, per me fu un grande traguardo e capii che quella era la mia strada! Crescendo ho maturato una mia personale visione della moda e dell’arte in generale, grazie alla quale ho deciso di creare il mio brand nel 2013: ANNAKIKI.

da dove prendi l’ispirazione? 
Ogni collezione proviene da spunti diversi, ma in generale traggo l’ispirazione da tutto ciò che mi circonda, soprattutto dalle persone che vedo e che incontro. Come diceva Bukowsky: “la gente e’ il piu’ grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto”. La nuova collezione che sto ultimando sara’ molto provocatoria… vedrete!

nelle tue collezioni c’è molto colore,  puoi darci tre aggettivi che descrivono al meglio quella invernale?
Ribelle, innovativa e semplicemente di classe!

la scelta di utilizzare solo materiali eco è stata studiata?
Assolutamente sì. Sono una profonda sostenitrice dei diritti animali ed ambientali, quindi ho realizzato le mie collezioni in coerenza con i miei principi morali.

a cosa ti sei ispirata per la fall 16/17?
Ai nomadi scandinavi e dagli antichi Incas peruviani, che da sempre hanno uno stile di vita a contatto con la natura e si distinguono per le fantastiche abilità artigianali, grazie alle quali producono I loro abiti con grande maestria e fantasia. Tutto è realizzato con tessuti come lana e filati, gli inserti e i ricami sono cuciti a mano.

quanto è difficile oggi, per i giovani, scommettere su una propria idea e metterla in pratica?
Più andiamo avanti, più credo sia difficile riuscire ad imporsi nella società con le proprie idee. La paura di essere giudicati o emarginati, spesso sopravvale rispetto alla volontà di esprimere se stessi con assoluta libertà. In pochi ci riescono… ma è una minoranza su cui bisogna contare, perché solo chi riesce a distinguersi riesce a sopravvivere in un mondo in cui siamo tutti omologati!

che difficoltà hai incontrato?
In questo settore c’e’ bisogno di una continua ricerca e sviluppo, e non è sempre facile stare al passo. La moda è un settore in continua evoluzione, e per “i nuovi arrivati” la strada è lunga e difficile. La continua scoperta di nuovi materiali è una delle questioni a cui dare maggiore peso, e chiaramente in Europa le cose viaggiano molto piu’ velocemente. La Cina è ancora molto limitata in questo senso.

un episodio piacevole che ricordi e vuoi raccontarci?
Uno degli episodi che più mi fanno sorridere, è legato alla mia prima esperienza qui in Italia, durante il mio primo presa-day. Ho avuto la possibilità di incontrare tanti stylist che hanno apprezzato il mio stile! Può sembrare sciocco, ma per me è stato emozionante approdare in Italia, e ricevere così tanti complimenti, temevo di essere etichettata con il classico “Made in China”, ma per fortuna non è successo.

da chi vorresti vedere indossate le tue creazioni?
Forse risulta un po’ scontato, ma credo che Cara Delevigne sarebbe una testimonial perfetta per il mio marchio. La sua essenza è l’esatto mix di raffinatezza e follia che esprimo attraverso le mie collezioni. Chissà; forse un giorno…

Annakiki è per donne che…
…sanno apprezzare la qualità del lavoro tradizionale, ma che vogliono diversificarsi dalla massa e dimostrare la propria indipendenza. ANNAKIKI è pensato per tutte le donne carismatiche e dalla forte determinazione che le porta a creare la moda, non a seguirla!

Info: Annakiki

NAMI: il concept store emozionale

di Samantha Lamonaca 

Il #popcorngaragemarket per noi che lo organizziamo e per voi che ne fate parte, è una fucina creativa in continuo sviluppo.
Una fucina che ti riqualifica uno spazio e dove s’incontrano i sogni degli altri, le storie degli altri. Per forza, dopo, senti il bisogno di raccontarle al mondo. La nostra attenzione, per oggi, va a Stefania. Una ragazza dai capelli rosa sbiaditi, stupendi, che sa il fatto suo. Ha partecipato alla nostra rinascita, il 28 maggio, nel fantastico spazio del Giardino delle Culture e facendo quattro chiacchiere con lei abbiamo deciso di presentarvela. Siamo sicuri che presto sentirete parlare del suo concept store digitale. Un negozio online dove interessanti nomi di design, artigianato ed handmade si fondono.

se digito Nami su Google la prima cosa che salta all’occhio è “la navigatrice dei pirati, di Cappello di Paglia”. C’è una una sintonia con questo personaggio e il nome che hai scelto per il tuo progetto?
Dunque il nome è lo stesso, essendo un nome femminile giapponese, ma la scelta non proviene dal personaggio in sé, Nami in giapponese significa onda, ed è lì che mi ha colpito, è un significato dalle mille sfacettature, un onda che può essere calma o impetuosa, si infrange e poi si ritira, capace di trasportare molto lontano ciò che galleggia sulla sua superficie, un processo graduale, destinato a protrarsi nel tempo, ed è quello che spero di fare. Arrivare lontano. Lo vedo come un significato multiplo, inoltre ero alla ricerca di un nome minimale e che avesse un suono dolce ed ecco che ho scelto Nami.

come è nata l’idea?
Nasce con l’intento di creare uno store emozionale, dove design, qualità e artigianato si fondono. In particolare l’idea è nata dalla voglia di far vedere ad un pubblico ben specifico le mie ispirazioni continue, e i frutti di una ricerca costante personale. Ho visto intorno a me una forte crescita e interesse per l’handmade, per il design ricercato e per l’artigianato di qualità, quindi ho pensato di fondere tutti questi aspetti in un solo unico progetto.

l’obiettivo?
Quello di valorizzare il nostro quotidiano con piccoli dettagli che inconsciamente ci arricchiscono. Il tutto scelto con attenzione e cura per la natura che ci circonda, vedi i saponi biologici, lavorati a freddo provenienti dall’Irlanda, oppure i portafogli o pochette interamente realizzati a mano in vegan leather da non confondere con l’ecopelle, che alla fine è sempre di origine animale ma con il solo ridotto impatto ambientale. Vegan è totalmente nel rispetto degli animali e dell’ambiente. Nami è per chi è alla ricerca di uno stile unico e particolare.

chi c’è dietro?
Ci sono io! Stef, fotografa, laureata in Design con mille interessi che confluiscono inconsciamente anche in questo progetto. Poi ci sono tante passioni, molteplici ispirazioni, infinita ricerca e una costante voglia di fare che mi tiene attiva e carica.

descrivici una tua giornata tipo…
Non ho esattamente una giornata tipo, sono una persona molto versatile, principalmente mi faccio trasportare da quello che sento, avendo due lavori e due progetti all’attivo, non mi annoio, ecco (ride ndr). Divido le mie giornate tra lavoro, fotografia, e l’organizzazione di mostre ed eventi culturali con il collettivo di cui faccio parte: Progetto Meteora.

quanto è importante il design e la bellezza estetica nelle tue ricerche?
Questi due aspetti sono TUTTO. L’impatto visivo e il concetto di design che sta alle spalle sono aspetti non trascurabili, il tutto ovviamente deve essere in linea con il progetto, ma scegliendo ogni cosa personalmente, appena vedo un nuovo brand che non conosco o un oggetto particolare capisco subito se può far parte di Nami. 

come ti fai conoscere?
Farsi conoscere è una strada molto lunga e tortuosa, difficile da percorrere perchè come ogni cosa ben fatta richiede costanza. Al momento cerco di farmi conoscere attraverso le varie tipologie di market, che sono le situazioni ideali dove trovi chi è sempre alla ricerca del particolare. Oltre agli infiniti mercatini a cui partecipo, tengo attivi i social principali come Facebook e Instagram. Domani si vedrà.

cosa vuol dire per una donna scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Vuol dire sentirsi libera da ogni costrizione e libera di lanciarsi nel vuoto, in qualcosa che non sai come andrà, l’unica cosa di cui sono certa è che sarà sicuramente un bel percorso, pieno di avventure e nuove esperienze. Avere un progetto che ti permette di confrontarti con realtà simili alla tua, con designers, con altri brand ecc. è la cosa più stimolante. Sentirsi coinvolta nelle esperienze altrui ti fa crescere e ti sprona ad andare avanti nonostante le difficoltà.

quanto ti è stato d’aiuto questo mondo digitalmente connesso?
Molto direi, essere continuamente connessi ha i suoi vantaggi, farsi conoscere e far crescere il tuo brand può essere molto più facile che senza tutti i vari social, ma ha anche i suoi contro, penso che si debba vivere il presente a pieno e con tutte le possibilità che ci vengono concesse, quindi se con il giusto utilizzo di tutti questi strumenti si possono ottenere grandi risultati, sono pronta a farmi avanti!

nomi che possiamo trovare solo da Nami?
Tilissimo; Kolor; Lee Coren; Healthy & Pretty; Yu Square; <a href="http://www tamiflu price.soniacavallini.com/”>Sonia Cavallini.

prossime collaborazioni?
Di idee ce ne sono molte, ma sono tutte da valutare proprio perchè essendo nuovo il progetto, bisogna incanalare la giusta idea nella giusta direzione, sicuramente da settembre ci sarà qualcosa di nuovo, non dico altro.

puoi dirci, almeno, quali nuovi designer che ci porterai in Italia?
Ultimamente mi sono focalizzata su un brand tedesco NICE NICE NICE, molto colorato e minimale. Producono calzini, sciarpe in puro lino e delle meravigliose spille in legno.

dove possiamo comprare i tuoi articoli?
Consiglio sempre di venirmi a trovare nei vari market a cui partecipo, per essere aggiornati e sapere tutte le date dovreste seguirmi sulla mia pagina Facebook. Oppure online su Dawanda e su Depop.

qualcosa da dichiarare?
Un gigatentesco grazie a voi di PopCorn per la possibilità che mi avete dato, per raccontarmi attraverso domande stimolanti e piene di spunti.

 

 Info: Nami

ES’TI: maglieria Made in Italy

di Samantha Lamonaca

Torniamo negli anni ’50, immaginate un’azienda di famiglia che lavora sodo e crede nei sogni. Immaginate i figli di quella famiglia, cresciuti e formati in un ambiente che è sempre andato al passo con i tempi e con le tradizioni. Così prende vita ES’TI, un brand di maglieria nato nel 2015, creato dalla più giovane generazione di designer che, oggi, riesce a mescolare bene ciò che è contemporaneo con ciò che è stato il nostro passato.
Caratteristiche? Qualità e innovazione. Le materie prime provengono dalle più importanti fabbriche italiane, mentre la produzione e lo styling sono gestiti da laboratori creativi esterni. Il risultato è un prodotto innovativo, elegante e sofisticato. Mai banale. Vi facciamo curiosare nella prossima collezione invernale; dove il cammello, il crema, il verde e un tocco di nero, esaltano abiti impalpabili e assolutamente cool.

Info: ES’TI

ROUJE, il nuovo brand di Jeanne Damas

di Samantha Lamonaca

Se in Inghilterra c’è Alexa Chung, in Francia c’è Jeanne Damas: chic senza sforzi, almeno apparentemente; bella e con il broncio sexy, forse un po’ studiato; ma con uno stile semplice e femminile che la rende unica. Il segreto? Nei dettagli: un bel rossetto, scarpe magnifiche e niente reggiseno. Va beh, non è un caso che stilisti come Roger Vivier l’hanno voluta come volto ufficiale. Oggi, oltre a seguire le sue passioni (fotografia, teatro) e a convivere con l’etichetta da it-girl, Jeanne presenta un brand tutto suo: ROUJE, creato a sua immagine e somiglianza, che riflette una raffinata sobrietà. Nasce così una linea di abiti; t-shirt; giacche in suede; minigonne in jeans; scamiciati e bluse in seta; pensate per sentirsi belle, pratiche e allo stesso tempo affascinanti, con uno stile spontaneo e slegato dalle logiche fashioniste. Prezzi abbordabili, a noi piacciono! Che ne dite?

Info: Rouje

Atmosphere Future’s Dresses: la moda “atermica” sfila a Bologna

di Cecilia Esposito 

ph. Maxime De Fou

Ebbene, proprio la scorsa settimana, gli studenti del corso hanno presentato al pubblico le loro creazioni. Atmosphere Future’s Dresses è il nome della sfilata che ha messo in vetrina le opere sartoriali degli studenti bolognesi, coordinata dalla professoressa Rossella Piergallini in occasione della Fiera Creamoda. Un nome non casuale, ma ben studiato: l’evento, infatti, voleva sensibilizzare il pubblico sullo sfruttamento energetico della luce  – 2015 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite International Year of Light and Light based on Technologies –, promuovendo i molteplici e svariati utilizzi che ne facciamo durante le nostre giornate. Quale occasione migliore, quindi, di una sfilata che unisce arte e moda per lanciare un appello d’interesse collettivo? Ecco, allora, la suggestiva Aula Magna dell’Accademia di Bologna aprire le sue porte per ospitare l’evento. Ironizzando sulla popolare espressione “non ci sono più le mezze stagioni”, gli studenti del corso hanno realizzato un’unica collezione di trenta pezzi senza limiti climatici: capi impermeabili accompagnano minidress realizzati con teli da bagno, ombrelli luminosi e abiti che ricordano qualche galassia lontana si alternano a capi succinti e maxidress che sembrano usciti da un’opera teatrale. Il mood della collezione attinge a ogni stile: dalla giacca cerata sporty al completo total black da urban ninja, da abiti minimal dal taglio 60s o 90s a capi dai toni pop o, all’estremo opposto, dalle atmosfere dark. Il tutto realizzato con materiali innovativi e originali come led, pvc, trasparenze, perfino pellicola fotograficache hanno arricchito la collezione di effetti suggestivi, enfatizzando la tematica della sfilata. Calate le tenebre, sotto gli occhi degli spettatori, ecco allora sfilare surreali luci a led, capi metallizzati che scintillano nel buio e lampadine piccole come lucciole.

Tra una gonna ampia e un top laminato, la sfilata è stata anche un modo originale e interessante per ricordare, sdrammatizzando, il sempre attuale problema del cambiamento climatico e dello sfruttamento energetico. Perché se è vero che non ci sono più le stagioni di una volta e che dobbiamo affrontare sbalzi meteorologici sempre più evidente, beh, tanto vale vestirci bene!

I nuovi talenti della design week… #fuorisalone parte 2

di Samantha Lamonaca 

E anche questo Fuorisalone2016 è andato. La Design Week milanese è meravigliosa, personalmente sono innamorata di questa settimana in cui la città si presenta pronta, piena di stimoli e nuove idee. Milano si ritrova a lanciare sfide, senza neanche accorgersene; poi concorsi; eventi; serate all’aperto; sogni; speranze e per una volta all’anno, ma per davvero, una manifestazione è fatta dalla città per la città, aprendosi a tutti: addetti ai lavori; curiosi e famiglie. Come ci si può lamentare? Trovatemi un solo difetto. Sì, lo so che il caos non piace a nessuno ma basta sapersi organizzare, non seguire la massa, farsi guidare dalla curiosità per riscoprire una città che è sempre lì, a nostra disposizione. Ma cosa ci portiamo a casa da questi sette giorni intensi? Innanzitutto nuovi nomi:

  • Lo studio PIUARCH che ha messo in scena l’orto cinetico, ovvero un’installazione realizzata grazie all’estro dell’artista venezuelano Carlos Cruz-Diez. Essenze botaniche e giochi cromatici, rendono suggestivo un cortile sui tetti, in via Palermo, nel cuore pulsante di Brera. Studio creativo da tenere a mente.
  • L’atelier WAXMAX uno spazio intimo, aperto due giorni a settimana tutto l’anno, gestito da Elena Vida, architetto milanese di origini armene, ideatrice del progetto e responsabile dell’immagine e della comunicazione, e Andrea Folgosa, stilista catalana che vive a Milano. Qui trovate l’essenza dell’Africa nei suoi tessuti più belli e colorati, reinterpretati per dare vita a collezioni contemporanee di abiti puliti e grafici in contrapposizione con le fantasie proposte. E poi, cuscini, ombrelli, borse, porta iPad, tovaglie. Ecco un nuovo indirizzo per lo shopping!
  • La FONDAZIONE PORTALUPPI al numero 65 di Corso Magenta, dove è stato possibile visitare l’appartamento di Piero Portaluppi, architetto milanese da cui prendere ispirazione, per poi immergersi nel gioiello della zona: la Vigna di Leonardo, aperta al pubblico tutto l’anno ma con un ingresso a pagamento. Se non avete fatto in tempo durante il Fuorisalone, ne vale sicuramente la pena. Da non perdere in una domenica di primavera.
  • La bellezza di PALAZZO LITTA e la mostra Belgian Matters, dove tredici designer sono stati chiamati per realizzare prototipi e prodotti fuori dagli schemi. Ci hanno ispirato, quindi ci sono riusciti!
  • Le CASALINGHE DI TOKYO collettivo guidato da Alice Schillaci, classe 1988, che per lavoro fa la fotografa di moda. Nel suo progetto l’unico scopo è trovare la bellezza negli oggetti di uso quotidiano. Quest’anno per la design week ha presentato Trame Italiane nell’eclettico spazio di Wait and See, un’edizione limitata di venti piccole tovagliette americane interamente ricamate a mano, raffiguranti le illustrazioni di Arianna Vairo liberamente ispirate alle favole di Italo Calvino.
  • PALOROSA  brand appena nato, dall’idea della designer Cecilia Pirani, che promuovere la manodopera e l’artigianalità, creando un progetto nuovo legato al Guatemala e all’America Latina con una borsa tipicamente usata dalle donne locali e ripensata per un uso contemporaneo: una tote bag da passeggio ma anche accessorio per la casa. Bellissima.
  • Le lampade di NOBEL TRUONG designer con sede a Los Angeles con cui abbiamo fatto quattro chiacchiere e abbiamo capito che la sua ispirazione è una fusione contemporanea dell’architettura Bauhaus e lo spirito Memphis. L’importante è che il risultato risponda a requisiti come leggerezza, trasparenza, bellezza del design e totale razionalità.

Il Fuorisalone è un ‘occasione rara per incontrare designer e parlarci, capire come hanno dato vita ai loro progetti, come hanno sconfitto le loro paure, per poi spiare nuove idee, buttare gli occhi nei cortili delle case milanesi, sempre chiuse e blindate, ma accoglienti e aperte per l’occasione; è l’opportunità di passeggiare con gli occhi all’insù e portarsi a casa nuovi contatti da condividere con cui far nascere nuove storie. Arrivederci Design Week, anche quest’anno ci hai regalato tanto!

Che faccia hanno i designer? #fuorisalone parte 1

di Samantha Lamonaca

Noi, sì!!! Ed è per questo che siamo andati a conoscerli all’esibizione LADIES&GENTLEMAN curata da PS e Secondome, in collaborazione con il distretto 5VIE, dove una storica casa milanese, un po’ decadente ma totalmente affascinante, è stata riaperta per far spazio a nomi nuovi, giovani ed emergenti. Ogni stanza accoglie un designer o un artigiano. Il minimo comun denominatore è il passato che si allinea perfettamente con il presente, inteso come punto di partenza per il futuro. La casa è allestita con le creazioni eclettiche del duo francese Hervet Manufacturier che presentano collezioni di mobili, skate, yo-yo il cui stile fa pensare all’hip hop old school e il presente più moderno. Stupendo il videogioco in ebano con dettagli futuristici. Siamo stati colpiti dalla creatività e dall’energia della collaborazione tra i bravissimi e già noti Servomuto e .TO.DO che ripropongono sedie, panchine e lampade coloratissime in stile esotico ed elegante. Bravi! Interessanti anche i lavori di BottegaNove, neonata azienda di mosaici in ceramica con cui Christian Pegoraro e Cristina Celestino creano lavorazioni artistiche delicate. Belle, che ne vuoi subito una, le tele acriliche di Tommaso Fantoni, che trasporta architetture tridimensionali in tele bidimensionali. Affascinante come le ragazze di Studiopepe raccontano il blu e tutti i suoi significati, racchiudendoli in una collezione di oggetti. Studio Henzel traduce in tappeto la pittura con collaborazioni internazionali con artisti come Richard Prince e Leo Gabin. Imponenti i tavoli in marmo nero e grigio realizzati da Frédéric Louis Fourrichon con l’aiuto di Speranza Fratelli. Non siamo esperti di design, ma questi oggetti; colori; mobili e accostamenti; ci hanno emozionato. E non fa proprio questo il design, quando incontra l’arte e la passione? Emoziona.

Ladies&Gentleman – via Cesare Correnti, 14 Milano (fino al 17 aprile 2016)

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