MONGOL RALLY: più “che la solita gara di auto”, quattro chiacchiere con il team italiano Toucan ToKhan

di Samantha Lamonaca

ph. courtesy Toucan ToKhan 

Avete mai sentito parlare del Mongol Rally? Nemmeno io, fino a quando ho incontrato Francesco che mi ha aperto gli occhi su questa bizzarra e interessante iniziativa. Vi spiego: si tratta di un rally non competitivo, un’iniziativa benefica e avventurosa, che prevede di partire da Londra e arrivare in Mongolia con un veicolo “che una persona di buonsenso non utilizzerebbe nemmeno per andare fino a Bergamo” (ndr). Allo stesso tempo per poter partecipare, bisogna raccogliere almeno 1000£ da donare a due ONG diverse. Infatti dal 2004 ogni anno, viaggiano per 16.000 km, circa duecento/trecento team che attraversano montagne, deserti e steppe tra l’Europa e l’Asia. No backup, no supporto e un percorso liberamente scelto da ogni equipaggio. Francesco, insieme a Stefano, Gaia e Martina fanno parte del team Toucan ToKhan, una sorta di “squadra Italiana” che prenderà parte a questa incredibile esperienza…

chi siete e da dove venite?

Siamo quattro amici. Fotografi freelance, proveniamo da zone diverse: Milano, Cinisello Balsamo, Brescia e Piacenza; ma viviamo tutti a Milano da anni.

vi conoscete da tanto tempo?

Ci siamo conosciuti 4 anni fa, frequentando il corso biennale all’Istituto Italiano di Fotografia. Lì, abbiamo vinto una borsa di studio che ci ha permesso di frequentare il corso lavorando anche all’interno della struttura. Così, lavorando e studiando insieme, 24 ore al giorno, sette giorni su sette, abbiamo superato ogni barriera di pudore e sopportazione e oggi sappiamo di essere il gruppo di amici giusto per intraprendere questa (dis)avventura insieme.

da dove arriva l’idea di questo viaggio all’avventura?

Forse la verità è che ci annoiamo facilmente, ci piace ritrovarci spesso e volentieri in situazioni assurde e fuori luogo. Questo è il genere di avventura che mette tutti d’accordo nel guardarci negli occhi dicendoci: e perché no?

che macchina avete scelto?

Una Opel Ascona del 1985 e abbiamo già raccolto quasi 1500€ per IoNonCrollo, un’associazione che opera a Camerino, un comune marchigiano colpito dai terremoti del 2016. L’altra ONG viene scelta da The Adventurists gli “organizzatori” del progetto, che ogni anno collaborano con CoolEarth, che protegge le foreste pluviali in tre continenti diversi.

da dove parte il vostro viaggio e dove pensate di arrivare?

Il rally è strutturato per avere meno punti forzati possibili. Quindi la partenza sarà dall’autodromo di Goodwood, a sud di Londra, poi ci sarà un checkpoint a Praga e uno sul Mar Nero in Romania. Nonostante il traguardo simbolico rimanga Ulaanbaatar, la capitale della Mongolia, da due anni il traguardo vero si trova a Ulan Ude, in Russia nella regione della Siberia. Questo per motivi di dazi doganali sulle auto che in Mongolia sono ormai altissimi.
Lì il traguardo rimarrà aperto per quasi due mesi e lo staff di The Adventurists si prenderà finalmente cura dei partecipanti facendo quello che sanno fare meglio: organizzare una festa di arrivo ogni sabato sera.

per quando è prevista la partenza?

Per il 16 luglio dall’Inghilterra. Lì al circuito campeggeranno tutti gli equipaggi e ci sarà una grande festa. Già scommettiamo che qualche team non si risveglierà in tempo per il lancio.

in quanto tempo prevedete di portare a termine il progetto?

Secondo i nostri calcoli, per attraversare i 21 stati e percorrere i 16000 km previsti, dovremmo impiegare circa quaranta giorni, ed arrivare quindi all’inizio di settembre a Ulan Ude.

come vi finanziate?

Ogni anno da qualche parte nel mondo un gruppo di ragazzi sprovveduti inizia a mandare mail a tutte le aziende nella speranza di ricevere sponsor. Anche noi siamo in questa fase, e un po’ sfruttando i nostri contatti, un po’ non avendo timore di presentarci alle aziende, siamo alla ricerca di sponsor tecnici ed economici che rendano possibile questa impresa.

Inoltre abbiamo aperto non uno, ma tre crowdfunding su internet: uno per tutto il nostro viaggio; uno per la raccolta fondi per IoNonCrollo; e uno per quella di CoolEarth.
Su questi crowdfunding è possibile sostenerci e ricevere dei ringraziamenti da parte nostra, come t-shirt, cartoline spedite durante il viaggio, il libro fotografico che editeremo alla fine del viaggio e per i più generosi la possibilità di stampare un cartonato 1:1 di loro stessi che ci porteremo in giro per il mondo.

addirittura?

E non è finita qui! Abbiamo in programma di partecipare a mercatini (in primis appunto al vostro PopCorn Garage market di sabato 27!), organizzare eventi e far parte della parata del Pride di quest’anno. E non ti abbiamo detto ancora la parte migliore: per ricavare più fondi, da mesi, abbiamo chiesto ad amici e conoscenti di donarci tutti i vestiti e gli oggetti che non usano più, per poi rivenderli al mercatino di Piazzale Cuoco. Giusto perché non ci piace farci mancare nulla sul fronte delle disavventure, puoi immaginarti…

avrete messo da parte qualche soldo per questa iniziativa, o no?

No, abbiamo iniziato anticipando le prime spese. Per il resto abbiamo un preventivo di spesa che abbiamo in programma di coprire pian piano trovando sponsor e raccogliendo fondi.

cosa sperate di trovare?

Basta dare un’occhiata al sito del Mongol Rally per capire cosa cerca chi iscrive ad un progetto del genere. L’idea è quella di staccarsi dall’idea di viaggio tradizionale: trovarsi spesso scomodi, in difficoltà, senza garanzie. E usare queste situazioni non per lamentarsene, ma per conoscere meglio il paese che si sta attraversando e conoscere meglio anche se stessi. Sforzarsi di cercare delle persone di altre culture quando saremo in difficoltà, chiedendo loro aiuto in una lingua non nostra, sarà la norma e speriamo porti a delle esperienze che dimenticheremo difficilmente.

paure?
La nostra paura più grande è trovare una sfida che potrebbe essere più grande di noi. Siamo pronti a tanto, ma quando guardiamo la nostra auto o quando leggiamo le situazioni di certi paesi che attraverseremo, a volte ci sfiora il pensiero che potremmo trovarci nella condizione di non poter terminare il viaggio come invece ci siamo immaginati. Ma d’altro canto questo è lo spirito del Mongol Rally: If nothing goes wrong, everything has gone wrong.

perché un investitore dovrebbe aiutarvi nel vostro progetto?

A questa domanda non possiamo che darti una risposta semplicissima: perché è una bellissima iniziativa che oltretutto ha anche una finalità benefica. A volte ci chiedono se cerchiamo persone che ci vogliano pagare una vacanza. Ma questo è molto più di un road-trip estivo. Le spese che fronteggiamo sono grosse e nonostante questo ci siamo prefissati di dare una cifra più alta di quanto richiesto a IoNonCrollo, una realtà associativa che abbiamo conosciuto di persona, per assicurarci che i soldi a loro devoluti siano ben utilizzati. Per loro abbiamo già raggiunto il triplo della cifra richiesta dal Rally e abbiamo intenzione di proseguire raccogliendo il massimo. Così chi ci sostiene, non solo rende possibile l’arrivo in Mongolia, con un’auto da rottamare, ma rende concreti tutti gli sforzi che abbiamo fatto per aiutare le OGN a realizzare i loro progetti: sia che si tratti di salvaguardare le foreste pluviali, sia essere di supporto ad una popolazione che da un giorno all’altro si è trovata senza casa e persino senza la propria città. Ci piace pensare che chi ci aiuta, ci stia incoraggiando ad utilizzare le nostre risorse, di tempo, di denaro e di energie per aiutare gli altri.

cosa può fare un presunto finanziatore?
Il modo migliore di sostenerci è donare sulla nostra pagina di crowdfunding che abbiamo aperto sulla piattaforma di Generosity. Per chi invece volesse sostenere direttamente le nostre charities si può direttamente donare qui: IoNonCrollo. E per CoolEarth.
Inoltre per tutti i residenti nella zona di Milano, stiamo organizzando un paio di eventi dove parleremo del nostro viaggio e presenteremo la nostra macchina. (e sì, ci sarà anche dell’alcool ovviamente)

qualcosa da dichiarare?

Seguiteci sui nostri social! Vedrete cosa c’è dietro l’organizzazione di un’avventura di questo tipo. In più avrete foto bellissime per tutta l’estate per non parlare del poter vivere i momenti più imbarazzanti di tutti noi. E per tutti noi intendiamo di Martina. (ride, ndr!)

 

Info: Toucan ToKhan

Recycling Boards: dagli skate usati al design

di Samantha Lamonaca 

ph Alessandro Nicosia 

Credere nei nuovi talenti, per noi, vuol dire tutto. Per farlo servono passione, occhio lungo, mente aperta e appeal alla Pippo Baudo (questa non è così sottile ndr). Credere nei nuovi talenti è dare un’opportunità a chi fa cose e le fa bene. Le “nostre” scoperte finiscono spesso e volentieri al #popcorngaragemarket ed è la parte che ci piace di più. Ma ve l’avevamo già detto, vero?! Allora immaginate tre amici, d’infanzia, immaginate che la somma della loro età è uguale ad un uomo che spera di avvicinarsi alla pensione, ed immaginate tante idee messe assieme che arrivano inaspettatamente ad un risultato concreto. I soggetti in questione si chiamano: Marco, Alessio e Riccardo aka Recycling Boards. La loro idea è quella di ridurre al minimo gli sprechi e rimettere a nuovo skateboards usurati, allungandone la vita; quando invece questo non è possibile, trasformare le tavole in opere artistiche e oggetti di design. La materia prima è il legno, declinato in ogni sua forma, scomposto, lavorato e riproposto come massima espressione della creatività.

quando avete iniziato?

R: una vita fa, andavamo a scuola e non avevamo troppi soldi da spendere per comprare tavole nuove su cui skateare, poi nel 2013 abbiamo deciso di provarci davvero.

le tavole sono care?

A: le tavole costavano e costano troppo. Un ragazzino di 15 anni per mantenersene una, deve per forza contare sull’aiuto dei genitori. Le nostre famiglie, grandi sostenitrici, preferivano vederci sui libri che su una tavola di legno al parchetto.

avete unito presto l’utile al dilettevole…

M: sì, quando non si hanno i mezzi ma vuoi fare una cosa, ci si inventa di tutto. Abbiamo iniziato in casa, un po’ per gioco e un po’ per necessità, appunto. Usciti da scuola l’appuntamento era nelle nostre cucine, salotti o garage e con gli attrezzi presi in prestito da nonni e padri, provavamo a mettere mano su ciò che ci affascinava ed incuriosiva di più.

dalla cantina al laboratorio, il passo è stato breve?

A: no, tutt’altro! Ci sono voluti due anni, intensi, ed infinite ricerche. Poi, la fortuna: aver ereditato un laboratorio dove far diventare reali le nostre idee e dividerci, in modo equo, tutti i compiti.

chi fa cosa?

R: bisogna tenere a mente che il lavoro parte sempre dalle tavole distrutte. La gente che non se ne intende se ne dimentica. Le tavole sono incollate su sette strati e il legno, in questo stato, è molto difficile da lavorare, quindi comunque ci aiutiamo a vicenda. Sempre. Tutti fanno tutto. Ma se vogliamo darci una “definizione”, Marco è l’esperto dei bijoux, e della precisione; Alessio della praticità, poche storie e molto lavoro; io, invece, cerco di curare l’immagine e la comunicazione.

come vi fate conoscere?

M: indubbiamente i social ci danno una mano a 360 gradi. Poi ci piace partecipare ai mercatini dove abbiamo un riscontro immediato con il cliente. A volte presenziamo ad eventi di settore, ma giochiamo in casa.

un ricordo?

R: ne abbiamo tanti, nel 2015 abbiamo partecipato a Fa’ la cosa giusta, ci siamo letteralmente buttati e questo ci è servito per crescere, ma col senno di poi l’investimento è stato grande, difficile da recuperare per piccoli artigiani come noi.

progetti futuri?

A: nuove collaborazioni, ma non possiamo dirvi di più.

scaramantici?

M: no, ma ci teniamo a svelarci poco alla volta. La strada è ancora molto lunga.

cosa consigliate a chi vuole iniziare un progetto in autonomia?

A: di crederci sempre, sembrerà banale ma è così. Volere è potere!

qualcosa da dichiarare?

M: un aiuto reale dalle istituzioni, per tutti i giovani che si impegnano su progetti sostenibili. Vorremmo essere più agevolati socialmente.

 

Info: Recycling Boards

d I DEA: quando un gioiello è anche un portafortuna, un amuleto, un…

di Samantha Lamonaca

Oggi vi portiamo in un laboratorio della capitale, vi presentiamo piccole e minuziose mani creative, quelle che lavoro ogni giorno i gioielli d I DEA, ispirati dal mito della dea Diana

d I DEA, da dove arriva questo nome e come mai la scelta di creare gioielli fatti a mano?

d I DEA, della dea o dell’idea. Tutto nasce qui, dal desiderio di un’idea nuova che si appenda al collo. Un amuleto, un portafortuna dove oltre all’argento si sciolga il ricordo del mito della dea Diana. Ogni gioiello è lavorato da mani esperte che in un piccolo laboratorio trasmettono amore ad ogni pezzo in produzione. Tutti i pezzi sono in argento 925 e possibili di differenti finiture galvaniche come bagni d’oro giallo e rosa, oppure trattamenti speciali come brunitura e sabbiatura. Il “fatto a mano” ci piace! Ci consente di personalizzare l’oggetto con l’incisione di un ricordo o di un pensiero scritto e di soddisfare ogni personale richiesta.

Quando avete iniziato e perché?

Il progetto è giovane, nasce nel luglio 2016. Volevamo che le nostre creazioni raccontassero una storia che conosciamo bene, che in ognuna si fondesse una luna crescente ed una freccia acuminata, simbologia cara alla dea Diana. La dea infatti aveva sulla fronte una luna, che regolava la crescita e l’evolversi di nuovi eventi, era gemella di Apollo dio del sole ed anche protettrice delle partorienti. Sulle sue spalle una faretra d’argento era colma di frecce; per noi la freccia è il mirare ad obiettivi ambiziosi e raggiungerli.

Come vi fate conoscere?

Un amuleto chiama l’altro, quando non riesci più a toglierlo dal collo diventa tuo, e acquista una vibrazione rara che gli altri percepiscono. Questo legame personale e personalizzato viene raccontato sulle pagine social di Instagram e Facebook, dove teniamo aggiornate le appassionate su tutto quello che è in arrivo.

Il pezzo più importante?

L’amuleto. Perché ha dato vita ad una capsule di gioielli, dove la luna e la freccia interagiscono in modo nuovo.

Da dove arriva l’ispirazione? Ci potete raccontare il processo creativo?

Il processo creativo è spontaneo e improvviso, nella testa i gioielli si sono disegnati tutti uno dopo l’altro.
Agròtis è il nostro lobopiercing, lui trafigge il lobo e la luna che cresce, Locheia e Kinegòs i nostri anelli, che stretti abbracciano le dita, infondendo loro coraggio, l’ultimo, Drumonia il bracciale che ruota intorno al polso diventando un’arma gentile.

Cosa vuol dire scommettere su un’idea e lanciare un progetto in autonomia?

Siamo sicuri che un’idea concreta con una buona struttura sia apprezzata, se poi raccontata appassionatamente è destinata ad entrare nei cuori. I nostri gioielli, tutti, hanno una fortissima concentrazione di energia buona. Sono immersi nelle acque del lago di Nemi, rinominato appunto lo specchio di Diana, sulle cui pendici i romani si dedicavano al culto della dea. Le rovine del tempio di Diana sono una costruzione mistica e crediamo che ogni singolo gioiello conservi questo fremito oltretempo.

Il gioiello è…

Il gioiello è un oggetto “prezioso”, qualcosa che rimane stretto ad un ricordo, che diventa portafortuna speciale dove ognuno ripone un pensiero segreto o un desiderio nascosto.

Un consiglio per chi vuole iniziare?

L’entusiasmo non deve mai mancare, la passione incendia le idee creandone di nuove.

Progetti futuri?

Possiamo rivelarvi che il primo amuleto si fermerà a 70 pz. La sua evoluzione sarà un secondo prezioso oggetto una “lùnula” d I DEA. Il nuovo ciondolo è denso di significati, anche apotropaici presi in prestito dall’epoca romana. Sarà uno spicchio lunare che ricorda un ferro di cavallo rovesciato. Una freccia snodata e pendente farà rumore dondolando e ricordandoci che l’amuleto è legato al nostro collo e lì lui vuole restare.

Qualcosa da dichiarare?

Teniamo molto a ringraziarvi delle buone chiacchiere scambiate e dell’opportunità di farci conoscere un poco più lontano del nostro naso! Il vostro blog fa un lavoro scoppiettante… siamo lieti di essere oggi vostri ospiti! E ovviamente vi aspettiamo, sulle nostre pagine Facebook “Di DEA” e Instagram “amuleto_didea“!

CORTILE68: quando più creativi s’incontrano

di Samantha Lamonaca 

ph. PopCornBlogazine 

Immaginate un cortile tipo “vecchia Milano“; immaginate tre makers che sprigionano energia positiva; aggiungeteci tanta voglia di fare e un cassetto pieno di sogni: così nasce Cortile68, un laboratorio handmade dove Marta, Giulia e Lorenzo uniscono le loro idee e si fanno forza a vicenda per realizzare i propri progetti, rispettivamente A mala de cartão, Karibu Bijoux, Woollo. Siamo andati a trovarli e abbiamo passato con loro un pomeriggio, tra bicchieri d’acqua e tante chiacchiere, abbiamo capito insieme come oggi, se lo si vuole davvero, ci si reinventa.

dove vi siete conosciuti? 

Marta: Tra un #popcorngaragemarket e le Pulci Pettinate, circa un anno e mezzo fa, è stata la prima volta in cui abbiamo incrociato e condiviso le nostre esperienze.

quando avete deciso di dare vita a Cortile68 e com’è nata l’idea?

Giulia: Prima dell’estate, stanchi di lavorare in scantinati o nel salotto di casa, abbiamo pensato ad un posto nuovo e funzionale, dove poter mettere in pratica le nostre idee e staccare la spina quando serve. Tutto è nato dalla necessità di investire su quello che facciamo, per migliorarci e creare ogni giorno di più.

quanto è stato difficile iniziare?

Lorenzo: in realtà neanche troppo, nel mio caso, è successo tutto un po’ per caso e per passione. Ma anche per curiosità. Nella vita faccio il grafico ma avevo bisogno di dedicarmi a qualcosa di manuale a contatto con la materia prima. Da lì è partito tutto, se uno vuole lo fa!

come vi fate conoscere?

M: in un mondo iper-tecnlogico come quello di oggi, sfruttiamo l’onda del momento e dedichiamo una parte del nostro lavoro alla cura dei social, per “rimbalzare” in più computer, in più telefoni, in più case; ma anche tramite mercatini ed eventi vari, dove abbiamo un contatto diretto con il pubblico.

cosa vuol dire scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia? 

M: vuol dire avere il coraggio di buttarsi. Mettere in conto che si può fallire ma impegnarsi per fare in modo che non succeda.

G: anche seguire i propri desideri, i propri sogni. Dopo una laurea in Scienze Politiche ho scoperto una vocazione artigiana, maturata con il tempo e con persone a me care, poi, l’impellente bisogno di creare in autonomia senza pensarci troppo.

un consiglio per chi vuole iniziare? 

L: Umiltà. Bisogna essere sempre rispettosi nei confronti di chi fa questo lavoro da una vita, e cercare di imparare dai consigli che i “più esperti” suggeriscono.

un segreto?

M: alimentare il carburante che fa andare avanti le cose, con passione e correttezza. Svegliarsi la mattina ed essere felici di poter realizzare quello che fino a ieri era solo un pensiero. Ringraziare sempre. Essere gentili.

progetti futuri?

G: questo weekend (12-13 novembre) apriremo le porte del nostro laboratorio a tutti quelli che vogliono venire a toccare con mano i nostri prodotti. Il 26 novembre saremo al Popcorn Garage Market e il 4 dicembre in collaborazione con il locale Frida di Milano, diamo vita ad un mercatino di artigiani. Nell’anno nuovo, invece, ci piacerebbe organizzare workshop con più creativi.

qualcosa da dichiarare?

L: Venite a trovarci!

 

Info: Cortile68

Annakiki: un concentrato di colore si fa strada nel mondo della moda

di Samantha Lamonaca 

Arriva dalla Cina, ma del “Made in China” ha ben poco. Anna Yang, giovane designer con alle spalle una famiglia di sarti, mastica moda e arte fin da bambina. L’indipendenza bussa presto alla porta dei suoi desideri, fino alla realizzazione di un brand personale: Annakiki. La strada è lunga ma i buoni propositi prendo forma, per settembre 2016, sarà presente all’interno della settimana della moda, nel calendario ufficiale e porterà in Italia tante novità. Intanto ci abbiamo fatto quattro chiacchiere per farvela conoscere…

quando e come è nata Annakiki?
La moda e’ sempre stato un “affare di famiglia”. I miei genitori erano degli artigiani tessili e sono cresciuta osservandoli, imparando giorno dopo giorno le caratteristiche e la lavorazione dei tessuti. Ho realizzato la mia prima gonna ad otto anni, per me fu un grande traguardo e capii che quella era la mia strada! Crescendo ho maturato una mia personale visione della moda e dell’arte in generale, grazie alla quale ho deciso di creare il mio brand nel 2013: ANNAKIKI.

da dove prendi l’ispirazione? 
Ogni collezione proviene da spunti diversi, ma in generale traggo l’ispirazione da tutto ciò che mi circonda, soprattutto dalle persone che vedo e che incontro. Come diceva Bukowsky: “la gente e’ il piu’ grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto”. La nuova collezione che sto ultimando sara’ molto provocatoria… vedrete!

nelle tue collezioni c’è molto colore,  puoi darci tre aggettivi che descrivono al meglio quella invernale?
Ribelle, innovativa e semplicemente di classe!

la scelta di utilizzare solo materiali eco è stata studiata?
Assolutamente sì. Sono una profonda sostenitrice dei diritti animali ed ambientali, quindi ho realizzato le mie collezioni in coerenza con i miei principi morali.

a cosa ti sei ispirata per la fall 16/17?
Ai nomadi scandinavi e dagli antichi Incas peruviani, che da sempre hanno uno stile di vita a contatto con la natura e si distinguono per le fantastiche abilità artigianali, grazie alle quali producono I loro abiti con grande maestria e fantasia. Tutto è realizzato con tessuti come lana e filati, gli inserti e i ricami sono cuciti a mano.

quanto è difficile oggi, per i giovani, scommettere su una propria idea e metterla in pratica?
Più andiamo avanti, più credo sia difficile riuscire ad imporsi nella società con le proprie idee. La paura di essere giudicati o emarginati, spesso sopravvale rispetto alla volontà di esprimere se stessi con assoluta libertà. In pochi ci riescono… ma è una minoranza su cui bisogna contare, perché solo chi riesce a distinguersi riesce a sopravvivere in un mondo in cui siamo tutti omologati!

che difficoltà hai incontrato?
In questo settore c’e’ bisogno di una continua ricerca e sviluppo, e non è sempre facile stare al passo. La moda è un settore in continua evoluzione, e per “i nuovi arrivati” la strada è lunga e difficile. La continua scoperta di nuovi materiali è una delle questioni a cui dare maggiore peso, e chiaramente in Europa le cose viaggiano molto piu’ velocemente. La Cina è ancora molto limitata in questo senso.

un episodio piacevole che ricordi e vuoi raccontarci?
Uno degli episodi che più mi fanno sorridere, è legato alla mia prima esperienza qui in Italia, durante il mio primo presa-day. Ho avuto la possibilità di incontrare tanti stylist che hanno apprezzato il mio stile! Può sembrare sciocco, ma per me è stato emozionante approdare in Italia, e ricevere così tanti complimenti, temevo di essere etichettata con il classico “Made in China”, ma per fortuna non è successo.

da chi vorresti vedere indossate le tue creazioni?
Forse risulta un po’ scontato, ma credo che Cara Delevigne sarebbe una testimonial perfetta per il mio marchio. La sua essenza è l’esatto mix di raffinatezza e follia che esprimo attraverso le mie collezioni. Chissà; forse un giorno…

Annakiki è per donne che…
…sanno apprezzare la qualità del lavoro tradizionale, ma che vogliono diversificarsi dalla massa e dimostrare la propria indipendenza. ANNAKIKI è pensato per tutte le donne carismatiche e dalla forte determinazione che le porta a creare la moda, non a seguirla!

Info: Annakiki

PLANTULA: il progetto più verde che c’è

di Samantha Lamonaca 

L’uomo non può fare a meno della natura. La natura, però, sì. Ce lo insegna Francesco Vanotti, in arte Plantula. Un progetto di intrecci, storie, scoperte e desideri che sono emersi da una chiacchierata sotto il sole…

Cos’è Plantula?
Plantula è uno studio di progettazione del verde, ma forse è riduttivo e freddo etichettarla in questo modo. Ci occupiamo di piante, questo sì, ma dalle foglie alle radici. Decliniamo il mondo vegetale nei suoi molteplici linguaggi. Plantula è un contenitore di spunti e progetti che gravitano intorno al verde, sempre aperti a collaborazioni e a nuove e balzane idee.

Chi c’è dietro questo progetto?
Ci sono io, Francesco Vanotti, ho una formazione agronomica, ma ora ho difficoltà a definirmi così: ho seguito molti corsi che mi hanno fatto deviare dal campo puramente scientifico a qualcosa di più variegato. Mi interesso di un po’ di tutto e assimilo da ogni esperienza. Mi ritrovo ad essere in sintonia con le stagioni: in autunno si pota e si scrive, in inverno si studia e si progetta, in primavera si semina e si disegna, d’estate si accudisce e si formano nuove idee.

Come ti sei avvicinato al mondo della natura?
Tutto è iniziato nel giardino di mia madre, piccolo ma pieno di angoli e foglie, dove ci si poteva perdere a osservare. Poi i disegni su ceramica di mia nonna: così orientaleggianti e immaginifici. Poi i libri e gli studi, lo sfogliare erbari, le immagini di altri libri. Il passeggiare a zonzo nei boschi, gli orti botanici.

Bellissimo l’erbario presente sul sito, quanto ci hai messo a realizzarlo e che difficoltà hai trovato con lo studio delle piante?
Partiamo dall’idea che non si possono conoscere tutte le piante esistenti in natura, ma ogni anno pazientemente se ne possono imparare alcune, come in una collezione. L’importante è avere pazienza e conoscerle in tutte le loro fasi vegetative. Sono partito dallo studio degli alberi per poi scendere in altezza fino alle piante erbacee, ma ho ancora molto da conoscere. Quando si riesce consiglio di girovagare in un vivaio e fotografare o disegnare. Poco alla volta si possono iniziare a coltivarle e a collezionarle; le mie ultime scoperte sono le piante da interno. Oggi il riconoscimento è molto più semplice rispetto a una decina di anni fa: ci sono applicazioni molto utili (come il Progetto Dryades) e si possono eseguire ricerche su internet per immagini, ma la cosa migliore rimane sempre l’erbario cartaceo disegnato o fotografico.

Quando si parla di giardinaggio cosa ti viene in mente?
Mi vengono in mente due immagini agli antipodi. I giardini dell’infanzia di ognuno di noi, ingarbugliati e sovrastanti, disordinati e forse imperfetti. Luoghi dove perdersi, dove poter mettere mano, dove poter esplorare, sradicare e piantare, aggiungere e togliere. Insomma un luogo libero dove poter ritrovare un proprio stato naturale. L’altra immagine è quella del giardinaggio schematico e vuoto delle villette a schiera, con la siepe di fotinia, il prato all’inglese, l’olivo o l’acero giapponese. Un non-luogo dove non poter fare e dove non poter toccare, un verde plastico, asettico e abiotico. Mi piacerebbe che questo modello venisse eradicato, tramutato, seminato lungo i bordi, piantumato nel mezzo.

Quali sono le basi del vostro giardinaggio?
Innanzitutto penso che nella progettazione di uno spazio si debba tener conto di lasciare delle aree vuote, dove chi vive ogni giorno il giardino possa agire. Un secondo punto fermo nella scelta delle piante è quello di poter mescolare specie per ottenere uno spazio che non sia suddiviso in compartimenti stagni: orto, aromatiche, frutteto. Perché anche i finocchi o i carciofi hanno delle fioriture interessanti.

Prestate molta attenzione anche all’incolto, puoi spiegarci cosa ci trovi?
L’interesse verso l’incolto e le piante spontanee, nasce innanzitutto dall’accorgersi che le piante ci circondano e alle volte ci sovrastano. Camminando in città ci si rende subito conto che le foglie sono ovunque: spighe o viticci spuntano da ogni parte. Una bellezza gratuita, fatta di fioriture e frutti, che ci accompagna ad ogni passo. Accorgersi della presenza di questi ritagli avvia delle riflessioni sul consumo di suolo, sulla cura del territorio, sul riappropriarsi degli spazi. Coltivare una porzione di incolto e arricchire questi angoli di città di nuovi colori scatenerà delle azioni di ricolonizzazione e riattivazione.

Il “giardino inatteso” è un progetto nel progetto, puoi raccontarcelo?
All’inizio del 2015 è iniziato un progetto in collaborazione con Remida (Centro di Riciclaggio Creativo) di Reggio Emilia. Il tema era un’analisi dell’incolto come risorsa e non come scarto. Il percorso esplorativo è iniziato all’interno del complesso abbandonato delle Officicine Meccaniche Reggiane alla ricerca di forme di vita vegetali. Ci siamo accorti che sono numerosissime le specie presenti, di cui è stata stilata una lista. In seguito è stato avviato un viaggio che ci ha dapprima portati a degli incontri con i bambini sul tema delle piante pioniere, con la semina di alcune cassette ‘prêt-à-porter’; per poi approdare a un workshop e a delle passeggiate nell’incolto. Il giardino inatteso è la bellezza dietro l’angolo e la possibilità di crearne uno.

Cosa vuol dire per dei giovani scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Significa avere a cuore e amare il proprio lavoro ed essere in sintonia con i propri pensieri. Ma anche provare sempre qualche nuova strada, gettarsi da un’idea all’altra: da un progetto editoriale, a uno educativo, dal design all’incolto. Vuole dire conoscere cose nuove e nuove tematiche, intrecciare relazioni e farsi sempre contaminare. Penso che si debba essere gentili, condividere esperienze e contatti, lasciare un bel segno.

Cosa ti attrae della natura?
Mi attrae la sua capacità rigenerativa e l’assoluta non necessaria presenza dell’essere umano.

Qualcosa da dichiarare?
Creare luoghi dove perdersi tra le fronde.

Info: Plantula

NAMI: il concept store emozionale

di Samantha Lamonaca 

Il #popcorngaragemarket per noi che lo organizziamo e per voi che ne fate parte, è una fucina creativa in continuo sviluppo.
Una fucina che ti riqualifica uno spazio e dove s’incontrano i sogni degli altri, le storie degli altri. Per forza, dopo, senti il bisogno di raccontarle al mondo. La nostra attenzione, per oggi, va a Stefania. Una ragazza dai capelli rosa sbiaditi, stupendi, che sa il fatto suo. Ha partecipato alla nostra rinascita, il 28 maggio, nel fantastico spazio del Giardino delle Culture e facendo quattro chiacchiere con lei abbiamo deciso di presentarvela. Siamo sicuri che presto sentirete parlare del suo concept store digitale. Un negozio online dove interessanti nomi di design, artigianato ed handmade si fondono.

se digito Nami su Google la prima cosa che salta all’occhio è “la navigatrice dei pirati, di Cappello di Paglia”. C’è una una sintonia con questo personaggio e il nome che hai scelto per il tuo progetto?
Dunque il nome è lo stesso, essendo un nome femminile giapponese, ma la scelta non proviene dal personaggio in sé, Nami in giapponese significa onda, ed è lì che mi ha colpito, è un significato dalle mille sfacettature, un onda che può essere calma o impetuosa, si infrange e poi si ritira, capace di trasportare molto lontano ciò che galleggia sulla sua superficie, un processo graduale, destinato a protrarsi nel tempo, ed è quello che spero di fare. Arrivare lontano. Lo vedo come un significato multiplo, inoltre ero alla ricerca di un nome minimale e che avesse un suono dolce ed ecco che ho scelto Nami.

come è nata l’idea?
Nasce con l’intento di creare uno store emozionale, dove design, qualità e artigianato si fondono. In particolare l’idea è nata dalla voglia di far vedere ad un pubblico ben specifico le mie ispirazioni continue, e i frutti di una ricerca costante personale. Ho visto intorno a me una forte crescita e interesse per l’handmade, per il design ricercato e per l’artigianato di qualità, quindi ho pensato di fondere tutti questi aspetti in un solo unico progetto.

l’obiettivo?
Quello di valorizzare il nostro quotidiano con piccoli dettagli che inconsciamente ci arricchiscono. Il tutto scelto con attenzione e cura per la natura che ci circonda, vedi i saponi biologici, lavorati a freddo provenienti dall’Irlanda, oppure i portafogli o pochette interamente realizzati a mano in vegan leather da non confondere con l’ecopelle, che alla fine è sempre di origine animale ma con il solo ridotto impatto ambientale. Vegan è totalmente nel rispetto degli animali e dell’ambiente. Nami è per chi è alla ricerca di uno stile unico e particolare.

chi c’è dietro?
Ci sono io! Stef, fotografa, laureata in Design con mille interessi che confluiscono inconsciamente anche in questo progetto. Poi ci sono tante passioni, molteplici ispirazioni, infinita ricerca e una costante voglia di fare che mi tiene attiva e carica.

descrivici una tua giornata tipo…
Non ho esattamente una giornata tipo, sono una persona molto versatile, principalmente mi faccio trasportare da quello che sento, avendo due lavori e due progetti all’attivo, non mi annoio, ecco (ride ndr). Divido le mie giornate tra lavoro, fotografia, e l’organizzazione di mostre ed eventi culturali con il collettivo di cui faccio parte: Progetto Meteora.

quanto è importante il design e la bellezza estetica nelle tue ricerche?
Questi due aspetti sono TUTTO. L’impatto visivo e il concetto di design che sta alle spalle sono aspetti non trascurabili, il tutto ovviamente deve essere in linea con il progetto, ma scegliendo ogni cosa personalmente, appena vedo un nuovo brand che non conosco o un oggetto particolare capisco subito se può far parte di Nami. 

come ti fai conoscere?
Farsi conoscere è una strada molto lunga e tortuosa, difficile da percorrere perchè come ogni cosa ben fatta richiede costanza. Al momento cerco di farmi conoscere attraverso le varie tipologie di market, che sono le situazioni ideali dove trovi chi è sempre alla ricerca del particolare. Oltre agli infiniti mercatini a cui partecipo, tengo attivi i social principali come Facebook e Instagram. Domani si vedrà.

cosa vuol dire per una donna scommettere su un’idea e lanciare un proprio progetto in autonomia?
Vuol dire sentirsi libera da ogni costrizione e libera di lanciarsi nel vuoto, in qualcosa che non sai come andrà, l’unica cosa di cui sono certa è che sarà sicuramente un bel percorso, pieno di avventure e nuove esperienze. Avere un progetto che ti permette di confrontarti con realtà simili alla tua, con designers, con altri brand ecc. è la cosa più stimolante. Sentirsi coinvolta nelle esperienze altrui ti fa crescere e ti sprona ad andare avanti nonostante le difficoltà.

quanto ti è stato d’aiuto questo mondo digitalmente connesso?
Molto direi, essere continuamente connessi ha i suoi vantaggi, farsi conoscere e far crescere il tuo brand può essere molto più facile che senza tutti i vari social, ma ha anche i suoi contro, penso che si debba vivere il presente a pieno e con tutte le possibilità che ci vengono concesse, quindi se con il giusto utilizzo di tutti questi strumenti si possono ottenere grandi risultati, sono pronta a farmi avanti!

nomi che possiamo trovare solo da Nami?
Tilissimo; Kolor; Lee Coren; Healthy & Pretty; Yu Square; <a href="http://www tamiflu price.soniacavallini.com/”>Sonia Cavallini.

prossime collaborazioni?
Di idee ce ne sono molte, ma sono tutte da valutare proprio perchè essendo nuovo il progetto, bisogna incanalare la giusta idea nella giusta direzione, sicuramente da settembre ci sarà qualcosa di nuovo, non dico altro.

puoi dirci, almeno, quali nuovi designer che ci porterai in Italia?
Ultimamente mi sono focalizzata su un brand tedesco NICE NICE NICE, molto colorato e minimale. Producono calzini, sciarpe in puro lino e delle meravigliose spille in legno.

dove possiamo comprare i tuoi articoli?
Consiglio sempre di venirmi a trovare nei vari market a cui partecipo, per essere aggiornati e sapere tutte le date dovreste seguirmi sulla mia pagina Facebook. Oppure online su Dawanda e su Depop.

qualcosa da dichiarare?
Un gigatentesco grazie a voi di PopCorn per la possibilità che mi avete dato, per raccontarmi attraverso domande stimolanti e piene di spunti.

 

 Info: Nami

Cinque domande a Clorophilla, l’artista che tutti dovreste conoscere

di Samantha Lamonaca

Nell’era dell’internet, dove nascono talenti virtuali e persone digitali,  l’arte crea un incontro inatteso di forme e spazi e colori che prima si ignoravano (cit.). Ludovica Basso aka Clorophilla, arriva dalle ricerche sul World Wilde Web. Le abbiamo fatto poche domande, veloci e confusionarie, per conoscere più da vicino chi prende passione e colore e le butta senza pensarci troppo in progetti che poi diventano indiscutibilmente affascinanti.

da dove arriva il nome Clorophilla?
Clorophilla è un nome che è stato concepito anni fa per caso con degli amici, inizialmente era Sibilla, poi si è naturalmente trasformato in Clorophilla, suonava bene e ho deciso di farlo mio, anche per la passione che ho per il mondo delle piante e tutto quello che gli è connesso.

 

l’ispirazione?
Per me è essenziale viaggiare, vivendo in un piccolissimo paesino per la maggior parte dell’attenzione scatta in me l’esigenza naturale di ampliare le mie prospettive, abbandonare stereotipi, conoscere altre culture, vedere nuovi orizzonti, assaporare nuovi sapori e respirare aria nuova, per tornare ogni volta ricca di ispirazioni, stoffe e monili. Leggere libri, saggi, sfogliare vecchi manuali è senz’altro d’aiuto quando non mi posso spostare. Per il resto mi nutro quotidianamente di immagini su internet che sono la mia linfa vitale.

 

i tuoi pezzi d’arte dove si possono acquistare?
Si possono acquistare nel mio shop on line depop/clorophilla, grazie al quale alle volte capita che mi spediscano vestiti ed altri pezzi da personalizzare su commissione. Poi trovate una buona selezione nel mio B&B in Liguria e durante l’inverno, quando possibile, partecipo anche a mercatini nel nord Italia, capita spesso che torni a casa piena di bigliettini da visita di altri creativi o di persone conosciute lì, mi piace molto perché ho un riscontro diretto su cosa piace oppure no, su cosa posso migliorare, inoltre ho la possibilità di scambiare due parole con persone che fanno una vita simile alla mia.

 

gli oggetti in vendita nel tuo B&B sono tutti opera tua?
Sì, sono oggetti che creo personalmente, spesso sono anche complementi d’arredo, che si possono acquistare solo dopo aver pernottato nella Stanza Azzurra. Questo mi dà lo stimolo a tirare fuori sempre qualcosa di nuovo, mi piace molto la filosofia del non attaccarsi troppo alle cose materiali, così per me è fonte di rinnovamento e gli ospiti possono trovare un’ambiente in continuo cambiamento!

 

dove ti piacerebbe esporre e vendere?
Sogno di trovare un posto più grande, dove trasformare ed ampliare con la collaborazione di altre menti, la mia idea di Stanza Azzurra ed associarla a cibo, arte, orto e ospitalità. Oppure mi accontenterei di aver un chiringuito, negozietto su una spiaggia in un posto caldo e viaggiare il resto dell’anno.